STORIE DI PAESE
raccontate da un nonno.....
Il morso alla suora
Quando andavo all’asilo il ceto sociale era molto importante, perciò quei pochi bambini che erano figli dei signori, cioè del dottore, dell’ostetrica, del sindaco.... venivano trattati con i guanti bianchi, mentre per noi figli dei poveracci il trattamento era molto più duro ed anche per questo motivo c’erano spesso dei litigi fra noi bambini.
A volte capitava che dovevamo subire delle prepotenze e dei soprusi da parte di questi “figli di papà”, ma come ben si sà la pazienza umana purtroppo o per fortuna ha un limite, così finiva che spesso e volentieri volavano calci e schiaffoni, ma se a prenderle eravamo noi, cosa tra l'altro assai rara tutto filava liscio, le suore addette alla sorveglianza facevano finta di non vedere oppure se la cosa era lampante minimizzavano l’accaduto dicendo che eravamo noi i colpevoli perché avevamo provocato la lite. Quando invece come succedeva spesso a prenderle erano i signorini non facevamo neanche a tempo ad alzare le mani che una delle suore interveniva e ci assestava un paio di sonori schiaffoni. A me questo modo di fare non andava proprio giù. Un giorno Tonino il figlio dell’ostetrica, dopo un litigio per una sciocchezza, voleva picchiarmi pur avendo torto lui. Io avvisai la suora, che senza esitare come al solito prese le parti del signorino, rimproverandomi di essere il solito attaccabrighe e che se non avessi lasciato in pace il figlio dell'ostetrica mi sarei guadagnato un paio di sonori schiaffoni. Ero talmente furibondo!: come al solito avevo torto solo perchè lui era figlio di signori ed io un poveraccio, dovevo inchinarmi al volere di quella suora ingiusta e sopportare le angherie di quel moccioso viziato e prepotente. Questa volta no! In un modo o nell'altro volevo avere giustizia e così passai al contrattacco; se non ci pensava chi di dovere ci avrei pensato io a rimettere le cose apposto!
Appena la suora si allontanò Tonino si avvicinò per picchiarmi, ma io gli tirai un bel calcione nello stinco e lo azzoppai.
Subito quel piccolo malvivente si mise a piangere a squarciagola come se gli avessi staccato una gamba. Arrivò di corsa la suora che come una furia venne decisa verso di me e fece per darmi lo schiaffone che mi aveva promesso, ma prima che la mano arrivasse sul mio viso con velocità supersonica gli afferrai con la bocca un dito e strinsi con tutte le mie forze dandogli un morso così forte da lasciargli scarnito l’osso.
Alle urla di dolore accorse un’altra suora che non senza fatica riuscì a farmi mollare la presa e spintonandomi mi cacciò via urlando: “ Fuori di qui delinquente! vattene via e non farti più vedere.”
Mi mise alla porta e fui costretto a tornare a casa da solo a metà mattina.
Non appena mia madre mi vide volle subito delle spiegazioni. Io pur con titubanza per paura di essere punito raccontai con chiarezza quello che era successo e più parlavo più mi convincevo delle ragioni che mi avevano spinto ad un simile atto di giustizia e di difesa personale nei confronti della suora.
Per di più avevo dalla mia parte quasi tutti gli altri compagni che come me erano stanchi di subire e che mi avevano perfino applaudito quando non solo avevo fatto giustizia per me stesso, ma in un certo qual modo l'avevo resa anche a loro.
Così mia madre dopo avermi ascoltato mi prese per mano e mi riaccompagnò all’asilo. Quando la suora venne ad aprire cercò di richiuderci la porta in faccia inveendo contro di noi, ma mia madre non le diede il tempo, con il piede bloccò l’uscio e spinse con tale forza che per poco la suora non rimase schiacciata dietro la porta.
Una volta entrati mia madre pretese delle spiegazioni. La suora cominciò a sbraitare offendendomi: “Questo delinquente ha morsicato il dito dell’altra suora mentre cercava di difendere un povero bambino innocente che suo figlio stava picchiando senza motivo!”.
A queste parole mia madre mi guardò in malo modo dicendomi: “Se mi hai detto una bugia te ne do tante davanti a tutti che te ne ricorderai per tutta la vita!” A quel punto non servì neanche che io mi discolpassi perché si levò un coro di proteste contro la suora bugiarda che rimase ammutolita per la sorpresa.
Tutti testimoniarono a mio favore dicendo a mia madre: “Signora, le cose non stanno come dice la suora! Ha ragione suo figlio, noi siamo stanchi di subire prepotenze, perché loro le suore danno sempre ragione ai signorini ricchi permettendogli di picchiarci e facendo finta di niente, mentre se siamo noi ad alzare le mani subito ci picchiano, suo figlio ha fatto bene e d’ora in poi faremo così anche noi per difenderci”.
A queste parole mia madre diventò verde in viso per la collera, per la faccia tosta e per le bugie di quella suora così poco umana. Le si avvicinò e presala per il bavero le disse: “Senta bene quello che le dico; stia attenta che se mio figlio o qualche altro bambino viene a casa a lamentarsi perché qualcuna di voi gli ha messo le mani addosso per difendere quei “figli di papà”, io vengo qui e faccio quello che ha fatto mio figlio con la differenza che se lui ti ha morsicato solo il dito,io ti porto via tutto il braccio!”.
La suora ribatté dicendo: “Gesù! che gente!, suo figlio non lo vogliamo più qui!”, ma mia madre la strattonò per bene e le disse con tono minaccioso: “La smetta e lasci stare qui mio figlio altrimenti comincio subito a menare le mani che gia mi prudono,capito?! E moderi le parole perché lei non è una persona per bene, lei ha la coscienza sporca e nera come il vestito che indossa!".
A buon intenditor poche parole, non potete neanche immaginare come mi sentii sollevato a quelle parole di mia madre, io prima e lei dopo, finalmente avevamo messo in riga quella suora partigiana.
la maledizione
Con tutta la mia famiglia eravamo seduti sul pianerottolo in cima alla nostra scala per goderci un po’ di fresco.
Passò sotto casa una nostra conoscente; la signora Beatrice. Costei era conosciuta in tutto il paese perchè aveva la fama di essere una persona molto superstiziosa e aveva l’idea fissa che la gente non facesse altro che parlare male di lei.
Arrivata proprio davanti alla nostra scala non sò come successe, ma ad un tratto inciampò e cadde per terra lunga distesa.
Nostra madre spaventata per quel brutto capitombolo si precipitò giù per la scala in soccorso della poveretta. Le si avvicinò e la prese per un braccio per aiutarla ad alzarsi, ma la donna si divincolò in malo modo e inveì contro di lei con rabbia.
“ Hai un bel coraggio e una bella faccia tosta, prima mi fai cadere, poi vieni ad aiutarmi!” Nostra madre rimase sorpresa da quello strano discorso e dopo un attimo di incertezza le chiese: “Come ho fatto a farti cadere se ero seduta sul pianerottolo di casa mia con i miei figli?”
“ Lo so che eri sul pianerottolo di casa tua, ma se tu quando mi hai vista passare non avessi pensato male di mè nella tua testa, io non sarei caduta!”
A quel punto mia madre se ne tornò sul pianerottolo scuotendo la testa e lasciò che Beatrice si rialzasse da sola.
Cosa volete che vi dica? Al mio paese succedeva anche questo!
Salto nel buio
Quel pomeriggio mia sorella era andata dalla sua amica Antonietta e nonostante nostra madre le avesse raccomandato di tornare presto si era fatto buio e lei non era ancora non era rientrata a casa.
Fui incaricato dalla mamma di andarla a chiamare. Non me lo feci ripetere due volte; avevo proprio voglia di farmi un giro, così infilai di corsa l'uscio di casa, ma proprio la fretta mi fece dimenticare del pericolo a cui stavo andando incontro.
Quella mattina la ringhiera del ballatoio era stata tolta per dei lavori, così oltrepassata la porta di casa correndo nella semioscurità della sera dopo pochi passi mi ritrovai nel vuoto. In quel momento mi resi conto terrorizzato di cosa mi stava capitando, ma era troppo tardi, atterrai malamente nel vicolo sottostante sbattendo la testa.
Mia madre udì il tonfo, corse fuori per vedere cosa mi era successo e mi vide atterra nel vicolo con la testa tutta insanguinata.
Quella sera la sfortuna non aveva ancora terminato il suo lavoro, infatti proprio in quel momento andò via la corrente e l’unico lampione che illuminava il vicoletto si spense.
Mia madre già spaventatissima per avermi visto in quelle condizioni dovette fare appello a tutto il suo sangue freddo. Appoggiandosi al muro scese pian piano le scale fino al vicolo, cercò tentoni nel buio e quando mi raggiunse mi sollevò e tenendomi in braccio mi riportò su per le scalette fino in casa, dove alla fioca luce di un lume mi ripulì la ferita alla testa che grazie al cielo si rivelò meno grave di quel che sembrava e mi medicò come meglio poteva. Disinfettò la ferita con l’urina che a quei tempi era l’unico disinfettante che la povera gente avesse a disposizione e infine mi fasciò la testa con una benda. La ferita avrebbe avuto bisogno di qualche punto, ma l'ospedale era molto lontano ed a quei tempi non c'erano mezzi per poterlo raggiungere, così si rimarginò da sola nel giro di qualche giorno.
Tornando a mia sorella; quando poco dopo tornò a casa si prese una doppia dose di ceffoni, perché oltre al ritardo nostra madre se la prese con lei anche per quello che mi era capitato
per fortuna tutto era finito bene; certo che dovevo avere proprio la testa dura!
I soprannomi
Nella mia classe tutti avevamo un soprannome, chi lo aveva ereditato dalla sua famiglia, chi invece se lo era guadagnato per qualche marachella o qualche guaio che aveva combinato oppure per qualche abitudine più o meno strana che lo distingueva dagli altri. Comunque sia nel bene che nel male tutti avevamo il nostro bel soprannome e ne andavamo più o meno fieri.
Perfino il nostro buon maestro era stato etichettato col nomignolo di: “Muzzone”(nel nostro dialetto significa mozzicone o cicca di sigaretta) a causa della sua bassa statura.
Tra i miei compagni ricordo Antonio detto “Lu Sacrstanu” poiché suo padre faceva il sacrestano.
C’era Carmine “Lu Piett Russ” in altre parole il Pettirosso perché portava sempre una giacca nera con sotto una maglia rossa che spiccava sul petto.
Un altro Carmine era soprannominato “Minucc lu Furgior” ovvero Minuccio il fabbro, essendo figlio del fabbro. C’era poi Mariano chiamato: ”Tummulun” che significa ruzzolone, questo nome gli era stato affibbiato perché suo padre raccontava che quando era piccolo era caduto e continuava a ripetere quella parola.
Michele era chiamato “Mchel’rnasca” per il suo grosso naso. Rosario era detto “Lu Surcion” che significa il topone. Questo nome se lo era
Guadagnato dopo che il maestro una volta lo aveva chiamato così perché si presentava a scuola sempre sporco ed in disordine.
Infine c’ero io, che ero soprannominato “Minucc lu Furgiariedd” ovvero Minuccio il piccolo fabbro.
Questo soprannome lo avevo ereditato da mio padre buon’anima, che venne chiamato così dopo che da piccolo andò a lavorare come apprendista da un fabbro.
A scuola
In quei giorni a scuola faceva un gran freddo. Per riscaldarci, sul pavimento nell’aula era stato sistemato un braciere acceso. Purtroppo non scaldava un gran chè perché la stanza era molto grande. Un giorno le ragazze chiesero al maestro se potevano sedersi attorno al braciere perché avevano troppo freddo, lui acconsentì e si mise seduto in cerchio con loro. Noi maschi un po’ per il freddo un po’ per la gelosia protestammo, anche noi avremmo voluto sederci attorno al braciere, ma il maestro ci rimproverò : “Non vi vergognate, voi siete uomini, siete più forti e potete sopportare il freddo meglio delle ragazze!” Replicammo che anche lui era un uomo e per giunta più grande di noi, ma lui ci zittì rispondendo che proprio perché era anziano soffriva di più il freddo e aveva bisogno di riscaldarsi.
Per un attimo restammo zitti e buoni, ma dopo un po’ il mio vicino di banco, Antonio il figlio del sacrestano che era il più grande e il più smaliziato della classe mi sussurrò in un orecchio che secondo lui il maestro con la scusa di stare seduto a scaldarsi con le ragazze, ne approfittava per guardare le mutandine a qualcuna di loro che gli stava seduta davanti e che ingenuamente teneva le gambe un po’ aperte. Subito la voce girò tra noi ragazzi che incominciammo a ridere
e scherzarci sopra fino a quando il maestro stanco di sentire quel baccano tornò in cattedra e mandò al loro posto le ragazze.
Il giorno dopo successe la stessa cosa: le ragazze a scaldarsi e noi invece a battere i denti per il freddo.
Era un’ingiustizia che non potevamo accettare, così pensammo al modo di vendicarci.
Nel Pomeriggio dopo la scuola ci riunimmo e dopo lunghe discussioni mettemmo a punto il piano che ci avrebbe reso giustizia. Ci tengo a precisare che fu una mia idea.
Ecco cosa successe: il giorno seguente a metà mattina durante l’intervallo un attimo prima che riprendesse la lezione uno dei miei compagni finse di andare a buttare un pezzo di carta nel cestino e passando vicino al braciere senza farsene accorgere ci buttò dentro alcuni pezzi di peperoncino piccante. Compiuta la missione con aria trionfante tornò tranquillamente al suo posto.
Dopo un istante ripresero le lezioni, arrivò il maestro che si sedette accanto al braciere ed invitò le ragazze ad avvicinarsi.
Ormai era fatta, bastò un attimo e si levò un fumo acre, in men che non si dica l’aria divenne irrespirabile tanto che fummo costretti ad aprire le finestre e lasciare l’aula per quasi mezz’ora.
Il maestro si arrabbiò e ci minacciò di lasciarci al freddo per il resto dell’inverno se non si fosse trovato il colpevole, ma a noi ragazzi poco importava perché comunque non potevamo usufruire del braciere.
Naturalmente non si venne mai a sapere il nome del colpevole e il maestro ci lasciò al freddo solo per pochi giorni, poi chiese nuovamente alla bidella di portare il braciere, ma non fece più avvicinare le ragazze. Giustizia era fatta!
Il maestro comunque era una brava persona e per farlo arrabbiare dovevamo proprio fare qualcosa di grave. Era un ometto molto basso di statura: non più di un metro e quaranta. Noi spesso, quando ci voleva picchiare con la bacchetta ci divertivamo a prenderlo in braccio e portarlo in giro per la scuola, così dopo un po’ lui si metteva a ridere e non ci picchiava più.
Il riscaldamento autonomo
Dopo un pò di tempo per risolvere il problema del freddo noi ragazzi cominciammo ad organizzarci diversamente.
Ognuno di noi si portava da casa un barattolo di latta riempito con la brace ardente raccolta nel caminetto di casa prima di uscire.
Solitamente recuperavamo i barattoli vuoti dei pomodori che si prestavano benissimo a questo genere di operazione.
A quei tempi le cartelle erano di cartone, perciò facevamo molta attenzione ad infilare i barattoli in un angolo di fianco ai libri in modo che non si rovesciassero, altrimenti rischiavamo di far bruciare cartella e libri.
Appena entravamo in classe prendevamo i nostri barattoli belli caldi e li appoggiavamo sul pavimento vicino ai piedi.
I banchi sul davanti erano chiusi così dalla cattedra il maestro non poteva vedere i nostri piccoli bracieri appoggiati a terra.
Ma come si dice: “chi la fà l’aspetti”. Questa volta purtroppo furono le ragazze a romperci le uova nel paniere perché erano invidiose. Raccontarono tutto al maestro che girò tra i banchi e sequestrò i nostri piccoli bracieri.
Antonio fu l’unico che riuscì a nascondere il suo nel ripiano sotto il banco, ma una delle ragazze lo vide e avvisò il maestro che ordinò subito che gli fosse consegnato.
Antonio insisteva nel sostenere che lui non aveva nessun barattolo, allora il maestro che incominciava a perdere la pazienza si avvicinò al ragazzo e infilò una mano sotto il banco, ma appena agguantò il barattolo rovente lanciò un urlo di dolore e lo lasciò cadere a terra.
Il poveretto andò su tutte le furie, prese Antonio per un braccio e lo accompagnò fin dietro la lavagna e per castigo lo fece stare inginocchiato.
Il maestro riprese la lezione, ma ogni volta che gli voltava le spalle Antonio lo scimmiottava o faceva le boccacce, così noi invece di stare attenti continuavamo a ridere.
Ad un tratto in un impeto di rabbia il maestro prese la bacchetta e si avvicinò al ragazzo per picchiarlo, ma lui sgusciò via come una lepre. cominciò così un inseguimento tra i banchi. Antonio davanti e il maestro dietro. Ogni tanto quando stava per essere raggiunto quella peste saliva sui banchi e saltava da uno all’altro come una scimmia.
Noi ci divertivamo tantissimo e facevamo un tifo sfrenato chi per uno chi per l’altro.
Ad un certo punto il fuggitivo s’infilò dietro alla lavagna e il maestro la spinse contro il muro per cercare di bloccarlo, Antonio a sua volta si mise a spingere per liberarsi finché ad un tratto la lavagna si rovesciò travolgendo il povero maestro. Per quanti sforzi facesse non riusciva a liberarsi così noi ragazzi corremmo tutti ad aiutarlo. Sollevammo la lavagna e il maestro si rialzò tutto dolorante e furioso.
Antonio spaventato scappò via, e per un bel po’ non rimise piede a scuola.
La lavandaia ladra
Quella mattina alcune donne tra cui anche la signora Cecca erano andate al fiume a lavare i panni. Una volta finito li avevano stesi ad asciugare sui cespugli di ginestra che costeggiavano la riva.
Sarebbero tornate a raccoglierli nel pomeriggio.
La Cecca di solito arrivava sempre per prima, così oltre a ritirare i propri panni talvolta rubava qualche indumento alle altre donne.
Quella volta vide un bel paio di mutande di flanella color rosa e dopo essersi assicurata che non ci fosse in giro nessuno con indifferenza le prese e le nascose tra la sua biancheria, poi tranquillamente tornò a casa
Più tardi quando la signora Rosina proprietaria delle mutande andò a ritirare la sua biancheria si accorse subito del furto. Sospettò subito della Cecca, anche perché non era la prima volta che faceva una cosa del genere.
Andò di corsa a casa della presunta ladra e con molta calma le chiese: “Per caso tra la tua biancheria e finito un paio delle mie mutande? Al fiume non le ho trovate e così ho pensato che sbadatamente potessi averle raccolte tu.”
La Cecca candidamente rispose: “ Mi dispiace, ma tra la mia roba non c’erano altrimenti te le avrei riportate subito, probabilmente le avrà fatte volare via il vento.”
“ Certamente sarà così” ribatte la Rosina, ma in cuor suo era sicura che la donna fosse colpevole. Purtroppo non avendo prove non le restò altro da fare che salutare e tornarsene a casa.
Passarono alcune settimane e le due donne si ritrovarono al fiume. La Cecca lavava i suoi panni chinata sulla riva e non si era accorta che la gonna si era alzata e stava col sedere scoperto. La Rosina che lavava un po’ più in su le passò dietro per raggiungere un fazzoletto che la corrente le stava portando via. Non credette ai propri occhi quando
notò che la Cecca che stava lì col sedere per aria, senza accorgersene stava mettendo in bella mostra un paio di mutande di flanella rosa con una toppa cucita al centro; le riconobbe subito erano proprio le sue mutande!
Recuperò il fazzoletto e imbestialita si avvicinò alla Cecca dicendole: “Togliti subito le mie mutande e ridammele, brutta ladra!” Con la solita faccia tosta quella furbacchiona le rispose che le mutande erano sue e non aveva nessuna intenzione di dargliele.
A quel punto la Rosina che da settimane covava quella rabbia esplose. In un attimo afferrò la Cecca per i capelli, la scaraventò in acqua e poi le fu addosso.
Le due donne cominciarono a picchiarsi La Rosina riuscì a strapparle di dosso le mutande poi per fortuna intervennero altre donne che erano lì vicine e a fatica riuscirono a dividerle. La Cecca giurava e spergiurava che le mutande erano sue e dava della pazza all’altra e tanto disse e tanto fece che alla fine convinse le altre donne della sua buona fede, così queste dissero alla Rosina: “Forse ti sei sbagliata, probabilmente anche lei avrà delle mutande uguali alle tue.”
A questo punto la Rosina fece una cosa che tolse ogni dubbio: prese le mutande da terra scucì la toppa e mostrò a tutte che sotto c’èra ricamato il suo nome poi spiegò che poiché non era la prima volta che gli mancava della biancheria e avendo gia dei sospetti aveva architettato quel sistema per scoprire senza ombra di dubbio la ladra. Per confermare quanto detto prese un altro paio di mutande che aveva appena lavato e mostrò a tutte che anche queste sotto la toppa avevano ricamato il suo nome.
La Cecca a questo punto vistosi scoperta si giustificò dicendo: “Si vede che il vento le avrà spostate vicino alla mia roba e nel raccogliere i miei panni non mi sono accorta di avere preso anche le tue mutande”.
Così dicendo raccolse la sua biancheria e disse: “E’ meglio che vada via perché qui sì da della ladra a gente onesta come me”. Le altre a tale strafalcione scoppiarono in una sonora risata e la Rosina scuotendo la testa si rimise a lavare i suoi panni soddisfatta di aver ottenuto giustizia e riconquistato le sue mutande.
Il furto della gallina
Quel pomeriggio d'estate come al solito scesi a giocare nel vicolo sotto le scale di casa mia.
Mi divertivo a costruire casette con i sassi che si staccavano dalla pavimentazione del vicolo che era tutto sconnesso e pieno di buche.
Avevo solo cinque anni ed ero un ragazzino abbastanza sveglio così chino com'ero intento nel mio gioco vidi con la coda dell'occhio la signora Cecca che dava qualche briciola di pane alle mie galline che razzolavano in cerca di cibo.
Appena le galline si avvicinarono si abbassò e lesta ne acciuffò una nascondendola nel grande grembiule che si era messa per l'occasione.
Pensando di non essere stata vista si allontanò con aria indifferente.
Io non persi tempo; salii le scale di corsa e raccontai quello che avevo visto a mia madre che però non volle credermi. Solo verso sera quando chiamò a raccolta le poche galline che avevamo e vide che mancava quella nera capì che avevo detto la verità .
Mia madre dopo un primo momento di rabbia decise di agire con diplomazia ed astuzia anche perchè conosceva bene la ladruncola, così fingendo di non sapere niente s' incamminò verso la casa della Cecca.
Appena arrivò nei pressi della casa cominciò a chiamare la gallina a voce alta.
La Cecca che in quel momento era seduta davanti all’uscio le chiese come mai cercasse la gallina proprio lì.
Mia madre si limitò a chiedergli con indifferenza se per caso lei avesse visto passare di lì una gallina nera, ma la Cecca rispose candidamente che pur essendo lì seduta da un po' non aveva visto nessuna gallina allora mia madre salutò e tornò verso casa.
La ritirata durò solo pochi minuti e poichè il sangue cominciava a ribollirgli nelle vene tornò presto sui suoi passi e ripassando davanti alla ladra parlando ad alta voce cominciò ad inveire contro gli "ignoti" ladri augurandogli ogni tipo di accidenti e malattie.
La signora Cecca che aveva la coda di paglia con gran faccia tosta ebbe il coraggio di ribattere che non era il caso di sentenziare a tal modo.
Mia madre con ostentata calma le rispose che lei non aveva di che preoccuparsi giacché la gallina non l' aveva neppure vista e che le sue maledizioni erano rivolte solo a chi aveva rubato il pennuto in questione.
In quel preciso istante, come si dice: "quando il diavolo ci mette la coda" dall' unica stanza della Cecca si udirono ben distinti alcuni "coccodè".
A mia madre si rizzarono i capelli, tanto più che la figlioletta della signora con la candida innocenza di una bambina si affacciò all' uscio e disse a sua madre con aria sorpresa che in casa sotto al letto, sotto una cesta di vimini c'era una gallina e le chiese di chi fosse avendo appena sentito sua madre dire alla mia che lei di galline non ne aveva nemmeno una.
La Cecca fece finta di cadere dalle nuvole e piena di stupore entrò subito in casa seguita da mia madre. Nel vedere la gallina la Cecca non finiva mai di stupirsi e continuava a ripetersi: “ è incredibile, non capisco come la tua gallina si sia potuta infilare sotto il cesto in casa mia senza che io me ne accorgessi!!”.
Mia madre dovette fare appello a tutte le sue forze per non alzare le mani contro la donna e con apparente calma si limitò a rispondere: lo so che tu non ne sai niente, ma sai com'è; ogni tanto le galline si divertono a giocare a nascondino, cosa credi a volte gli animali sono più intelligenti delle persone! Detto questo prese la gallina e se ne tornò a casa.
Scusate ho dimenticato di ricordare che era da poco finita la guerra e in quel paesino in Basilicata c'era tanta povertà e molta fame, così la gente doveva arrangiarsi come poteva.
purtroppo anche noi non navigavamo nell'oro. Mia madre che era rimasta vedova doveva fare i "salti mortali" per mandare avanti una famiglia di cinque persone.
di giorno doveva badare a noi figli che eravamo tutti in tenera età, mentre la notte lavorava come sarta e cuciva fino a tardi.
Erano tempi duri per tutti, ma devo dire che grazie ai sacrifici di mia madre non ci è mai mancato da mangiare.
Le dieci bacchettate di Maddalena
Un giorno il maestro mi chiamò insieme ad altri cinque miei compagni per un’interrogazione.
Nel gruppo c’era anche Maddalena che era la mia amica del cuore. Abitava vicino a casa mia noi giocavamo sempre insieme e per me era come una sorella. Così esile e pallida mi ispirava una certa tenerezza e un grande affetto.
Purtroppo quel giorno l’interrogazione andò malissimo per tutti, così il maestro decise di punirci con dieci bacchettate ciascuno.
Noi eravamo ormai dei veterani per questo genere di punizioni, ma per Maddalena era la prima volta ed era terrorizzata. Il maestro ci fece mettere in fila, Maddalena era avanti a me e prima di lei altri due ragazzi.
Il maestro incominciò da Michele, poi toccò a Carmine. Ad ogni bacchettata facevano smorfie di dolore. Io intanto con lo sguardo cercavo di tranquillizzare la mia amichetta che era diventata ancora più pallida e tremava per la paura.
Ad un certo punto mi accorsi dalla macchia sul pavimento che si era fatta la pipi addosso da tanto era terrorizzata.
Ormai era il suo turno, ma proprio in quel momento entrò il bidello e disse al maestro che avevano subito bisogno di lui in un’altra aula. Prima di andarsene ci intimò di restare dove eravamo perché al suo ritorno la punizione sarebbe continuata. Mentre era assente io cercai di tranquillizzare Maddalena: “Non aver paura, tu sei una ragazza, vedrai ti picchierà più piano, non ti farà male”, ma non c’era niente da fare, lei continuava a tremare di paura e piangere nonostante i miei sforzi per tranquillizzarla.
Il maestro tornò dopo un bel po’. Nel frattempo ci eravamo seduti ai nastri posti. Prese la bacchetta e si avvicinò a me dicendo: “ero arrivato a te vero?” Subito colsi l’occasione al volo e porsi le mani al maestro mentre con lo sguardo azzittii Maddalena che stava per intervenire.
Non mi sembrava vero che il maestro si fosse dimenticato di lei e anche le dieci bacchettate che mi diede mi fecero meno male pensando che avevo salvato la mia amica da una così crudele punizione e mentre il maestro contava i colpi io guardavo Maddalena che mi osservava col suo sguardo dolce pieno di gratitudine e dispiaciuto allo stesso tempo. Mi sentivo fiero di me, sapevo di avere fatto una cosa buona e giusta.
Quando ormai pensavo di avercela fatta il diavolo ci mise la coda e il diavolo in questo caso aveva le sembianze di Luigi, un altro dei puniti che quando ormai io stavo ricevendo le ultime bacchettate si sentì in dovere di alzarsi e dire al maestro che avevo mentito per salvare Maddalena.
Allo sguardo infuocato del maestro cercai di giustificarmi dicendo semplicemente che mi ero sbagliato, ma molti miei compagni non esitarono a darmi contro confermando che l’avevo fatto apposta. Probabilmente si comportarono così per invidia poiché a loro Maddalena non dava molta confidenza mentre con me era sempre cordiale ed affettuosa.
Il maestro allora disse: “Bene visto che sei così di animo buono e volevi fare l’eroe le sue dieci bacchettate le riceverai tu!” e ricominciò a picchiarmi sui palmi delle mani.
A quel punto Maddalena non potendo più tacere si alzò in piedi e gridò: “non è giusto! Le mie dieci bacchettate devono essere date a me non a lui!”.
Il maestro le rispose che appena finito con me si sarebbe occupato anche di lei. E così fu.
Maddalena si prese le sue bacchettate in silenzio e senza lamentarsi, dando uno schiaffo morale ai compagni spioni.
Per colpa della loro invidia io ricevetti ben venti bacchettate sulle mani, ma tutta questa storia rafforzò ancora di più l’affetto e l’amicizia tra me e Maddalena.
La colla
Poichè non ritenevo giusto che il maestro mi avesse punito con venti bacchettate decisi di vendicarmi. Così lasciai passare un po’ di tempo e quando le acque si furono calmate andai da mio zio che di mestiere faceva il falegname e con la scusa di dover fare un lavoretto in casa,mi feci dare un po’ di colla.
L’indomani mattina arrivai a scuola un attimo prima del solito.
Senza farmi vedere entrai in classe e misi in atto il mio piano: stesi un sottile e invisibile velo di colla sulla sedia del maestro, dopo di chè soddisfatto della mia opera rimisi la sedia al suo posto infilata sotto la cattedra
Quando il maestro arrivò in classe ci salutò e si sedette senza accorgersi di nulla, ma dopo pochi minuti come fece per alzarsi per salutare una maestra che era venuta a chiamarlo ci fu un boato di
risate perché la colla ad essiccazione rapida aveva fatto il suo effetto e i pantaloni del maestro si strapparono lasciandogli scoperto il di dietro.
Io soddisfatto pensai: “Giustizia è fatta!”.
Più tardi seppi da alcuni miei amici, che la maestra dal gran ridere si era bagnata tutte le mutande.
Invano il maestro tentò di scoprire chi era stato a giocargli quel brutto scherzo, ma io che non l’avevo detto a nessuno ed ero stato attentissimo affinché nessuno mi vedesse. Ero in una botte di ferro,poiché neanche lontanamente il maestro pensò a me come possibile colpevole visto che ero sempre stato uno dei ragazzi più calmi della classe.
Quella fu l’unica volta che feci una cosa del genere, ma non me ne pentii perché ero proprio convinto di non meritarmele tutte quelle bacchettate.
Il gallo resuscitato
Era la vigilia di Pasqua. Mia mamma e mia sorella Lucia erano indaffarate in cucina tutte prese dai preparativi per il pranzo pasquale.
Avevamo cresciuto un bel gallo da fare ripieno apposta per questa occasione così mia madre di buon ora era andata in pollaio e gli aveva tirato il collo.
L’acqua sul fuoco era bella calda, mamma mise il gallo ormai defunto nella pentola e richiuse con il coperchio. Fu allora che successe l’incredibile: io e mia sorella ci avvicinammo al pentolone per incominciare a spennare il povero animale. Eravamo proprio lì davanti quando ad un tratto il coperchio volò in aria e il gallo con la testa a penzoloni saltò fuori dalla pentola e si mise a correre per la stanza. Fu una cosa così incredibile che se invece di vederla con i miei occhi me l’avessero raccontata non ci avrei creduto.
Restammo tutti ammutoliti per lo spavento e scappammo via. Mia sorella era la più spaventata perché il gallo nella sua breve corsa andò proprio verso di lei che scappò via terrorizzata e si rifugiò nella camera accanto richiudendo la porta a chiave dietro di sé piangendo e gridando per la paura.
Il gallo arrivato davanti alla porta stramazzò atterra stecchito, questa volta per davvero.
Tutto questo trambusto era successo nel giro di un minuto, ma per convincere mia sorella ad uscire dalla stanza ci volle un bel po’ di tempo e di pazienza.
Alla fine dopo mille rassicurazioni la convincemmo ad uscire.
Il giorno dopo a tavola mentre mia madre serviva il gallo ripieno lei lo guardava ancora con sospetto e quando mio fratello per scherzo mosse il piatto dove era appoggiato il pollo, mia sorella saltò dalla sedia e per poco non rovesciò tutto il tavolo, poi mia madre ci rimproverò e alla fine tutto tornò tranquillo.
Inutile dire che mia sorella non volle assolutamente assaggiare il gallo, pur sapendo che a quei tempi per poter mangiare ancora della carne avrebbe dovuto aspettare almeno fino a Natale.
Fù così io e mio fratello ci dovemmo “sacrificare”; mangiammo gallo ripieno mezzogiorno e sera per finire tutto quel ben di Dio.
I furti di felice
Felice era un uomo sulla cinquantina, non aveva un lavoro e perciò si arrangiava con qualche furtarello per lo più di roba da mangiare.
Era la festa della Madonna; una ricorrenza molto importante. Tutti per quel giorno preparavano qualcosa di speciale da mangiare, la carne, un dolce, o altro e si beveva del buon vino.
Felice purtroppo non aveva neppure da mettere sotto i denti le povere cose di tutti i giorni, così quella mattina si alzò presto andò qualche casa più avanti e si introdusse furtivo in un pollaio, scelse un gallo ben pasciuto e se lo portò a casa dove velocissimi lui e la moglie accopparono, spennarono e misero a cucinare il povero pennuto.
Lo stesso avrebbe voluto fare un paio d’ore più tardi il padrone del gallo, che però restò con tanto di naso accorgendosi che il suo animale cresciuto apposta per quell’occasione era scomparso.
Raccontò il fatto alla moglie che subito si arrabbiò: “Se tu ti fossi alzato presto invece di dormire il gallo ora sarebbe nella nostra pentola e non in quella di qualcun altro che se lo starà mangiando alla faccia nostra”.
I sospetti caddero subito su Felice conosciuto da tutti come ladruncolo.
La moglie del contadino si mise lo scialle e uscì diretta alla casa di Felice. Si fermò a pochi metri di distanza. Dalla cucina arrivava un delizioso profumo di pollo arrostito Questo fece inviperire ancor di più la donna che si tratteneva solo perché non aveva le prove del misfatto.
Si aggirava nervosamente davanti alla casa del ladro, quando passò di li una sua amica. La donna per fare saper a Felice che sapeva che gli aveva rubato il gallo, rispose a voce alta all’amica che gli chiedeva cosa facesse li invece di essere a casa a cucinare, vista l’ora.
“Cerco il pollo che qualcuno mi ha rubato e sta mangiando e gli auguro che se lo possa mangiare in punta al letto” che nel gergo del mio paese significa in punto di morte.
Felice da dentro casa sentì quelle parole ma non si scompose.
Disse alla moglie: “Prendi il tuo piatto e seguimi in camera, hai sentito cosa ha detto la padrona del pollo? Dobbiamo mangiarlo in punta al letto”.
Così, detto fatto, Felice e la moglie mangiarono quel delizioso pollo seduti in punta al loro letto.
L’amica calmò la derubata e la accompagnò a casa dicendogli : “Lascia perdere, mettici una pietra sopra ormai il tuo pollo non torna più”.
Il cappotto
Felice fu denunciato da un signore al quale già da molto tempo doveva dei soldi.
L’uomo lo aveva pregato più volte di restituirgli il prestito che gli aveva fatto, ma alla fine per cercare di avere i suoi soldi era stato costretto a denunciarlo.
Nonostante tutto Felice era tranquillo perché l’uomo commettendo una grave ingenuità, quando gli aveva dato i soldi si era fidato e non aveva voluto nessuna ricevuta o cambiale in cambio del denaro prestato.
Ogni volta che c’èra un’udienza in pretura per discutere del prestito lui semplicemente non si presentava e così l’udienza era rimandata.
Per quel giorno era stata fissata un’udienza e il creditore non vedendo arrivare Felice pensò bene di andarlo a cercare per convincerlo a presentarsi in tribunale.
Lo trovò dentro ad un’osteria e subito gli chiese come mai non fosse in tribunale pur sapendo dell’udienza.
Felice con calma rispose: “Come posso venire all’udienza, non senti che freddo fa? Non ho neanche un cappotto da mettermi non posso presentarmi così”.
Chiaramente era una scusa, ma l’uomo esasperato e nel tentativo di definire la questione ribatté: “Ecco qui tieni il mio cappotto è nuovo mi è costato un capitale, appena terminata l’udienza me lo renderai, siamo d’accordo?”.
“Va bene!”, rispose Felice, intanto ne stava pensando una delle sue.
Ebbe così inizio l’udienza, il giudice chiese subito a Felice: “E’ vero che lei deve dei soldi a questo signore?”.
E lui con la solita faccia tosta: “No signor giudice, io non gli devo niente, questo uomo si inventa le cose, sarebbe capace persino di dire che il cappotto che indosso è suo!”.
“Certo che è mio te l’ ho appena prestato per convincerti a venire in pretura!” gridò l’uomo fuori di se per la rabbia.
“Ecco signor giudice, vede è proprio matto e s’inventa le cose: come può essere suo il cappotto se lo indosso io? Ora ha visto che razza di imbroglione è quell’uomo!”.
Il giudice di fronte all’evidenza dei fatti non poté fare altro che dare ragione a Felice.
Ci mancò poco che l’altro oltre a perdere i soldi e il cappotto nuovo finisse anche in prigione, perché al colmo della collera si scagliò contro Felice e dovettero intervenire i carabinieri per fermarlo altrimenti oltre al danno avrebbe subito anche la beffa.
La partita con il maestro
Nelle belle giornate di primavera portavamo a scuola un pallone di gomma e lo nascondevamo nei bagni, poi uno alla volta con la scusa di andare in bagno uscivamo fino a quando il maestro insospettito non permetteva più a nessuno di uscire dalla classe.
I fortunati che erano usciti si ritrovavano in uno spiazzo vicino alla scuola dove giocavano una partitella a pallone, dopo una mezz’oretta rientravano in classe uno alla volta e al maestro arrabbiatissimo davano sempre la stessa scusa, cioè che ai bagni era pieno di gente e avevano dovuto fare la fila. Il maestro dopo averli rimproverati fingeva di credere a questa storia e riprendeva la lezione.
Questo fatto si ripeteva dopo qualche giorno, ma sempre con alunni diversi sia per non dare nell’occhio che per dare la possibilità a tutti di poter giocare.
Un giorno in cui anche io ero tra i giocatori, ci eravamo ritrovati nel solito spiazzo discutendo su come formare le squadre per la partita quando ad un tratto trasalimmo sentendo la voce del maestro che ci diceva: “Non vi preoccupate se manca un giocatore sono qua io!” Ci girammo diventammo di tutti i colori senza sapere cosa dire, ma
poi Anselmo con una gran faccia tosta disse: “ci scusi signor maestro ma nei bagni c’era una gran fila e noi siamo usciti solo un attimo a prendere una boccata d’aria”.
A quelle parole il maestro si arrabbiò ancora di più, ma a calmarlo intervenne Vincenzo che con molta diplomazia prese sotto braccio il maestro e cominciò a lodarlo e a dire che noi c’eravamo comportati da impertinenti maleducati, ma che se ci avesse perdonato e non avesse detto niente ai nostri genitori da quel giorno saremmo diventati degli scolari modello.
Il nostro maestro era troppo buono, così lo circondammo e a suon di smancerie e di promesse lo convincemmo a perdonarci ma non solo; grazie ai nostri modi accattivanti ci permise ormai che eravamo lì di giocare per qualche minuto a pallone e cosa incredibile riuscimmo a convincerlo a giocare un po’ con noi assicurandogli che da lì non passava mai nessuno a quell’ora.
Avevamo appena iniziato a giocare che colmo della sfortuna si trovò a passare da lì proprio il papà di Alfonso uno dei ragazzi in campo.
Noi lo vedemmo subito ma vigliaccamente non dicemmo niente al maestro che ormai preso dal gioco continuava a correre goffamente per il campo inseguendo la palla fin quando dopo un po’ per caso alzò gli occhi e vide l’uomo che lo osservava stupito. Noi che dapprima non avevamo avvisato il maestro sia per vedere la faccia che avrebbe fatto nel vedersi scoperto a giocare sia per poter avere una scusa valida con i nostri genitori quando la cosa si sarebbe venuta a sapere grazie a quell’inopportuno testimone. Nel vedere il maestro arrossire ed abbassare gli occhi imbarazzato capimmo di avere sbagliato e di averlo messo nei guai. Ancora una volta avevamo approfittato del fatto che il nostro maestro come spesso accadeva era stato troppo buono con noi.
Così non appena l’uomo cominciò ad urlare che era una vergogna che un maestro invece di insegnare a leggere, scrivere e fare i conti ai propri alunni passasse le ore di lezione giocando a pallone con loro.
Noi intervenimmo con decisione ribattendo: “Ma cosa sta dicendo!? Il maestro ci sta allenando perché tra pochi giorni ci sarà un torneo organizzato dalla scuola al quale siamo tutti obbligati a partecipare; anche questo fa parte delle lezioni !!”.
L’uomo per un attimo restò perplesso, ma poi rispose con calma dicendo: “Se le cose stanno così mi devo scusare”.
Imbarazzato si avvicinò al maestro e si scusò per avere dubitato della sua serietà di insegnante, lodando anzi la sua dedizione verso i ragazzi.
Quando finalmente, dopo mille salamelecchi l’uomo se ne andò il maestro ci fece tornare in classe prima dell’arrivo di qualche altra persona e ci disse : “devo ammettere che come mi avete messo nei guai con abilità mi ci avete anche tolto, ma non ci riprovate mai più; non voglio avere qualche guaio per colpa vostra!!.
Paura del carcere
……Era passato ormai qualche anno e ora di anni ne avevo otto.
Un giorno accompagnai mia madre che doveva andare al fiume a lavare i panni. Andammo insieme ad altre donne del paese e dei loro figli.
Mentre loro lavavano io me ne andai un po’ più in là. Mi ero seduto su una grossa roccia e mi divertivo a tirare sassi nel fiume. Di tanto in tanto un bambino un po’ più piccolo di me figlio di una delle donne,mi passava davanti e io dovevo fare attenzione altrimenti rischiavo di colpirlo.
Nonostante gli dicessi di andare a giocare da un’altra parte sembrava che facesse apposta a passarmi davanti ogni volta che lanciavo un sasso.
Ad un certo punto pensai che stesse fermo e allora tirai un sasso grosso come una noce, ma proprio in quel momento quella piccola peste si buttò davanti e io non feci in tempo a fermarmi. Il sasso lo colpì alla tempia e stramazzò a terra di schianto. Mi avvicinai e lo vidi con gli occhi chiusi, non dava segni di vita.
A quel punto preso dal panico mi guardai attorno per vedere se qualcuno aveva assistito alla scena e vedendo che non c’era nessuno mi misi a correre e scappai via. Mi fermai dietro un cespuglio a poche decine di metri per raccogliere le idee e pensare sul da farsi. Una voce dentro di me mi diceva di restare e di chiamare qualcuno per aiutare quel poveretto, ma poi pensando mi vedevo già a guardare il mondo da dietro le sbarre della finestra di una prigione. Un’altra voce mi diceva: “corri scappa vattene via”. Nel turbinio dei miei pensieri mi chiedevo: “Chi mi darà da mangiare? Cosa farò? Dove dormirò?”
Alla fine assillato da mille dubbi decisi di fare un ultimo tentativo.
Tornai indietro e giunto dove era Franco (così si chiamava quel rompiscatole) mi avvicinai lentamente.
Lo guardai ma non vidi sangue sulla testa così presi un po’ di coraggio e cominciai a scuoterlo e dopo alcuni secondi aprì gli occhi e si mise seduto.
Lui si era ripreso ma io no dallo spavento. Appena fece per aprire bocca io preso ancora dalla paura gli mollai uno schiaffone così forte che a momenti lo facevo ricadere di nuovo.
La madre corse appena sentì suo figlio piangere e mi chiese che cosa fosse successo.
Prima che lui mi accusasse gli dissi che non avevo idea di cosa fosse capitato perché stavo giocando un po’ più in là per conto mio e anche io come lei ero corso lì attirato dalle grida del bambino che probabilmente era inciampato e cadendo aveva sbattuto la testa sui sassi.
Lui disse: “no, è stato lui che mi ha tirato uno schiaffone!”. Beh, meno male che del sasso in testa pareva non ricordarsi più forse a causa della botta subita con lo schiaffone.
Per mia fortuna non gli credette neanche la madre che più volte gli aveva detto di non allontanarsi.
Così si prese una bella sgridata e una sculacciata. Come si usa dire a Napoli: “Cornuto e mazziato”.
La bara rotta
Nel tardo pomeriggio, mentre tornavamo verso il paese c’imbattemmo in una scena che aveva dell’incredibile.
Risalimmo la mulattiera che dal fiume conduce alla strada provinciale e ci incamminammo verso il paese. Appena passata la prima curva ci trovammo davanti ad un mezzo che era uscito di strada ed era finito in mezzo al prato rovesciandosi su un fianco, ma la cosa che più ci sorprese era che si trattava di un carro funebre.
Avvicinandoci un po’ ci rendemmo conto che nell’incidente la bara che trasportava era stata sbalzata fuori ed era un po’ più in là nell’erba e cosa ancora più incredibile il coperchio si era aperto e il corpo del defunto era caduto fuori; da lontano pareva un uomo steso nel prato a riposare.
Sul ciglio della strada seduto sopra ad un paracarro c’era l’autista che aspettava che passasse qualcuno per chiedere aiuto. Appena ci vide ci corse incontro e ancora visibilmente spaventato ci raccontò la sua disavventura.
L’uomo stava portando la bara con il morto a Salerno, quando nell’imboccare quella curva forse per la velocità o perché non era pratico della strada aveva perso il controllo del mezzo che era uscito di strada e si era andato a rovesciare nel prato. Per fortuna lui non si era fatto niente, ma ora si trovava in un mare di guai: Infatti nell’incidente la bara era volata fuori si era aperta e il corpo del defunto era rotolato nell’erba, così ora il povero autista era disperato,perché non sapeva come risolvere quella brutta situazione.
Ci chiese se in paese c’era qualcuno che vendeva casse da morto, ma nessuno al nostro paese faceva quel lavoro, allora lo accompagnammo da mio zio che era un falegname. Infatti, in poco tempo riuscì a riparare la bara che non aveva subito gravi danni nell’incidente, poi presero il cadavere steso sull’erba e lo rimisero al suo posto nella cassa, infine mio zio inchiodò di nuovo il coperchio al suo posto.
Approfittando di alcuni passanti si fecero aiutare e riuscirono a rimettere sulle ruote il furgone.
Il poveretto ringraziò per l’aiuto, pagò mio zio e ripartì per Salerno con quel carro funebre tutto ammaccato.
Quella giornata non me la dimenticherò mai, ero passato da un morto presunto: il bambino al fiume, ad uno vero steso in mezzo al prato.
Per fortuna, tutto è bene quel che finisce bene!
La sedia zoppa
Nelle fredde giornate d’inverno passavamo gran parte del nostro tempo chiusi in casa, ci riscaldavamo vicino al caminetto e per pranzare ci riunivamo tutti attorno al focolare. Avevamo una vecchia sedia di legno che mettevamo in mezzo come fosse un tavolino, sopra ci appoggiavamo un grande piatto col cibo dal quale mangiavamo tutti e allo stesso tempo potevamo godere del tepore del camino. La vecchia sedia aveva una gamba consumata perché un po’ alla volta stando vicino alla brace si era bruciata.
Noi la chiamavamo “la sedia zoppa.”
Bisognava stare attenti se ci si appoggiava perché si rischiava di farla rovesciare assieme al piatto appoggiato sopra.
Una volta successe proprio a me: appoggiandomi di peso feci cadere la sedia e il piatto pieno di verdura che c’era sopra si rovesciò in mezzo alla cenere del caminetto.
Mia madre mi sgridò ed io ci rimasi molto male anche perché la verdura mi piaceva molto, gli unici ad essere contenti anche se non lo davano a vedere erano i miei fratelli ai quali la verdura non piaceva per niente.
Il primo viaggio
in treno
Vincenzo un contadino del mio paese dovette recarsi in città per sbrigare alcune faccende.
Il poverino non aveva mai fatto un viaggio in treno ed era la prima volta che metteva piede nella piccola stazione ferroviaria del paese.
Si avvicinò quasi con timore alla biglietteria e chiese un biglietto per Potenza.
Il bigliettaio gli domandò: “Vuole un biglietto di sola andata o andata e ritorno?”
“Ma quanto costa ?” Chiese titubante il contadino. “ sola andata duecento lire, andata e ritorno trecento” rispose gentilmente il bigliettaio.
Il contadino stette un attimo a pensare poi si fece dare un biglietto di sola andata, pagò le duecento lire e si avvicinò ai binari aspettando l’arrivo del treno.
Il treno arrivò di lì a poco e il capo stazione invitò la gente a salire: “In carrozza signori!, in carrozza signori!” tutti i passeggeri salirono tranne Vincenzo che rimase lì.
Il treno partì e il contadino rimase ad aspettare l’arrivo del treno successivo. Più tardi quando arrivò l’altro treno si ripeté la stessa scena: “ in carrozza signori! in carrozza!” e lui niente, continuò ad aspettare sempre più nervoso. Aspettò per quasi cinque ore fino a mezzogiorno lasciando passare altri treni.
A quel punto il capostazione che aveva notato lo strano comportamento del contadino gli chiese come mai non fosse ancora partito nonostante fossero passati già due treni.
il povero contadino piuttosto arrabbiato rispose: “ Come posso partire! Qui arrivano soltanto treni per i signori, quando arriva un treno per noi poveracci !?”.
Dovete sapere infatti che a quei tempi nei paesi venivano chiamati signori soltanto i ricchi e questo termine non veniva mai usato riguardo ai poveri contadini.
Quando il capostazione udì quelle parole per poco non si mise a ridere, ma poi colpito dall’ingenuità e dalla sincerità del poverino gli spiegò che quando lui diceva “signori” era riferito a tutte le persone presenti in stazione in procinto di partire e che quindi anche lui avrebbe potuto tranquillamente salire sul primo treno in arrivo.
Così finalmente il povero Vincenzo salì per la prima volta su un treno.
Si mise seduto di fronte ad un altro signore con il quale incominciò a chiacchierare.
“ah, certo che oggi i biglietti costano cari, ma io sono riuscito a risparmiare e ho fatto fesso il bigliettaio!” “E come avete fatto?” Chiese incuriosito l’altro uomo.
“Semplice io devo andare a Potenza e questa sera devo tornare ma al bigliettaio ho detto che non tornavo, così mi sono fatto fare un biglietto di sola andata. Tanto lui che ne sa se io torno oppure no?!”
Marinare la scuola
Quel pomeriggio io ed i miei amici decidemmo che l’indomani avremmo marinato la scuola per andare a giocare una partita di pallone. Era primavera inoltrata, le giornate ormai calde ed assolate, l’idea di rinchiuderci in un’aula scolastica ci faceva rabbrividire, così………
Architettammo tutto fin nei minimi particolari. Ognuno di noi si sarebbe recato fino al campo di gioco per conto suo facendo dei lunghi giri per i vicoli e i sentieri attorno al paese e badando che nessuno lo vedesse. Il luogo dell’incontro si chiamava “ Il Carmine” ,si trattava di uno spiazzo in terra battuta adibito a campo da gioco e si trovava ben riparato dietro alla chiesetta della Madonna del Carmine dalla quale appunto prendeva il nome
Il posto era situato quasi mezzo chilometro fuori paese e dall’unico sentiero che portava fino a lì non passava quasi mai nessuno perché la strada finiva proprio davanti alla chiesetta.
Il mattino dopo tutto andò liscio. Eravamo in otto tutti felici di poter passare una mattinata lontani dalla scuola, dal maestro e da libri e quaderni. Ci divertimmo un sacco, giocammo fino a metà mattina poi stanchi e soddisfatti ci sedemmo per mangiarci la colazione. Il tempo passava veloce non come a scuola dove le ore non passavano mai. Era quasi l’una così ci spostammo davanti alla chiesetta ripulimmo bene gli abiti e le scarpe dalla polvere perché dovevamo tornare. Fu allora che incominciò a serpeggiare tra di noi un po’ di paura : …. se qualcuno ci avesse visto? … se a casa ci aspettavano sapendo già cosa avevamo combinato? Discutemmo per un po’aspettando che arrivasse l’ora in cui terminava la scuola per mescolarci agli altri alunni ed avviarci verso casa. Eravamo seduti sugli scalini della chiesa rivolti verso le prime case del paese tra le quali c’era anche la casa di qualcuno di noi ma la cosa non ci preoccupava; da quella distanza nessuno avrebbe potuto riconoscerci. Ci sentivamo al sicuro in una botte di ferro ma si sa il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, avevamo fatto i conti senza l’oste. Proprio quella mattina infatti era tornato dall’America un emigrante, zio di uno di noi disertori scolastici che abitava proprio in una delle case che si potevano vedere in lontananza.
Neanche a farlo apposta tra i vari regali portati ai parenti c’era un binocolo e fu proprio la madre del mio amico a collaudare il regalo, così dopo aver guardato con ammirazione le montagne ed essersi gustata lo splendido panorama puntò il binocolo sulla chiesetta del Carmine, mise a fuoco le lenti e vide un gruppetto di ragazzini seduti tranquillamente sui gradini della chiesa. Subito riconobbe suo figlio e poi ad uno ad uno tutti gli altri. La frittata era fatta e noi non lo sapevamo!
Tornammo al paese ognuno per sentieri diversi, ci avvicinammo alla scuola e non appena suonò la campanella ci mescolammo agli altri alunni e ci avviammo con indifferenza verso casa.
Come ci avvicinammo a casa di mio cugino Tonino anche lui disertore, vedemmo mia zia Elisa che aspettava sulla porta. Io ebbi come un presentimento e senza dir niente a mio cugino rimasi un po’ indietro facendo finta di allacciarmi una scarpa per vedere cosa succedeva.
E infatti dopo un attimo incominciarono a volare i ceffoni allora io mi allontanai di corsa, ma mia zia che mi aveva visto gridò: “ inutile che scappi, tanto più tardi verrò a raccontare tutto a tua madre!”. Ero spaventatissimo, ma da quelle parole avevo capito che probabilmente mia madre non sapeva ancora nulla perciò mi affrettai.
Entrai in casa e subito mi misi a tavola perché il pranzo era già pronto. Mangiai il più in fretta possibile sussultando ad ogni rumore che proveniva dalle scale per paura che arrivasse mia zia.
Mia madre mi chiese come era andata a scuola ed io cercando di essere il più naturale possibile le risposi che era andata abbastanza bene nonostante fosse stata una mattinata molto faticosa. Poi vedendomi mangiare così in fretta disse: “ Mangia piano, che nessuno te la porta via, non vedi l’ora di andare a giocare, vero?”.
Appena finito mi alzai e feci per andarmene, ma mia madre mi fermò dicendomi : “ Visto che stai uscendo porta questa pentola alla zia Elisa, poi vai pure a giocare.
Proprio nella tana del lupo! Mi incamminai a malincuore verso la casa di mia zia pensando ad ogni passo a come avrei potuto risolvere quell’angosciosa situazione, mi sentivo come un condannato che aspetta l’esecuzione, invidiavo quasi mio cugino; per lui la faccenda era già chiusa. É vero che si era preso una bella lezione a suon di ceffoni ma oramai il peggio era passato, invece per me le cose si stavano mettendo sempre peggio.
Ora io rischiavo di prendere una lezione prima da mia zia e poi da mia madre, ero veramente nei guai! Mi avvicinai con cautela alla casa, la porta era spalancata, ma l’uscio era chiuso da una porticina che arrivava a metà; questo tipo di porta era molto usato in quasi tutte le case del paese, durante la bella stagione serviva a fare passare l’aria e allo stesso tempo evitava che gli animali del cortile si infilassero in casa.
Mi affacciai alla porticina, mia zia era nell’altra stanza. Allora feci per appoggiare la padella sul pavimento appena dentro casa per poi squagliarmela senza far rumore, ma la porticina non era chiusa col chiavistello e appena mi appoggiai si aprì di colpo. Io feci appena in tempo a tenermi alla porta grande, ma la padella cadde atterra con un gran fracasso, mia zia corse subito a vedere cosa succedeva ma io me l’ero già squagliata.
Stetti in giro quasi tutto il pomeriggio, ma poi arrivò l’ora in cui dovevo rientrare. Ero già vicino a casa quando udii la voce di mia madre che mi chiamava e il tono di quella voce non era per niente rassicurante ma oramai non potevo far altro che andare incontro al mio destino.
Appena misi piede in casa mia madre mi riempì di ceffoni non solo perché avevo marinato la scuola, a questo fatto si era aggiunto che la padella caduta a casa di mia zia si era ammaccata e lei se n’era lamentata quando era venuta a raccontarle quello che avevamo combinato invece di andare a scuola.
Il mattino dopo a scuola fu il maestro a darci una bella strigliata, ma quella non fu niente rispetto al giorno precedente.
Tutti gli altri compagni di sventura, chi più chi meno si erano presi la loro razione di botte e il sapere che tutti avevamo ricevuto la giusta punizione ci fece stare un po’ meglio.
E’ proprio vero quel che si dice: “ mal comune mezzo gaudio!”.
Quella fu la prima e per me anche l’ultima volta che marinai la scuola.
Quanto a mia zia, quel giorno ero quasi arrivato ad odiarla per aver detto tutto a mia madre, ma poi capii che l’aveva fatto solo per il mio bene e anch’io gliene volli ancora di più.
La zia Maddalena
I fatti raccontati in questa storia si svolsero poco dopo la morte di mio padre
Mia madre si ritrovò sola, con noi quattro figli a cui badare. Io ero il più piccolo avevo tre anni e il più grande di noi ne aveva undici. I tempi erano molto duri e non era facile per mia madre mandare avanti la famiglia, ma nonostante tutto con tanti sacrifici riuscì a darci sempre ciò di cui avevamo bisogno e a farci condurre una vita non ricca, ma dignitosa e serena.
Un giorno nostro zio Algherino (fratello di mia madre)passò a trovarci e chiese alla mamma se poteva portare uno di noi al paese vicino: Petina, a casa di zia Maddalena, (un’altra loro sorella) assicurando che da lì a un paio di giorni l’avrebbe riportato a casa.
A nostra madre non piaceva che noi ci allontanassimo da casa, così obbiettò con delle scuse dicendo allo zio che noi non eravamo abituati a stare lontani da casa e che ci saremmo messi a piangere e avremmo voluto tornare subito indietro.
Lo zio non si dette per vinto e si rivolse direttamente a noi dicendoci che chi l’avesse seguito avrebbe avuto un bel giocattolo in premio.
Io mio fratello Franco e mia sorella Lucia, non avevamo molta voglia di andarcene via con lui nonostante l’allettante proposta, invece nostra sorella Antonietta si offrì subito di seguirlo a patto che appena arrivati al paese mio zio le avesse comprato una bella bambola.
La mamma anche se a malincuore non poté far altro che acconsentire, così dopo mille raccomandazioni lo zio partì con nostra sorella.
Dopo due giorni come d’accordo lo zio tornò ma senza Antonietta. Mia madre si arrabbiò molto e fece una sfuriata tremenda con mio zio e a nulla valsero i suoi tentativi di tranquillizzarla dicendogli che la bambina non piangeva ed era in buone mani con sua sorella Maddalena e che era stata proprio Antonietta a non voler tornare a casa, ma che comunque l’avrebbe riportata indietro lui la domenica seguente. La mamma non volle sentir ragioni e disse che il giorno dopo sarebbe andata lei da sua sorella Maddalena a riprendersi la bambina.
Così il mattino dopo con noi al seguito prese l’autobus per Petina.
Il paesino era abbarbicato sulla montagna e distava pochi chilometri dal nostro paese.
Dopo pochi minuti di viaggio arrivammo a destinazione.
Nostra zia ci accolse cordialmente, entrammo in casa e grande fu la sorpresa di mia madre quando vide Antonietta giocare tranquillamente seduta in mezzo ad una montagna di giocattoli.
Quando ci vide ci salutò appena tanto era presa dai giochi e quando la mamma la invitò a tornare a casa con noi lei non ne volle sapere e non ci fu verso di convincerla né con le buone, né con le cattive.
Zia Maddalena e suo marito che erano benestanti dissero a nostra madre di non preoccuparsi perché loro non avevano nessun problema a tenere lì ancora per qualche giorno la bambina, poi l’avrebbero riportata loro a casa.
Nostra madre alla fine si fece convincere, così tornammo a casa senza Antonietta.
Passò un mese prima che gli zii riportassero a casa Antonietta che ormai era talmente abituata a vivere nell’agiatezza e ad avere tutto ciò che le piaceva che non ne volle più sapere di restare con noi, così ripartì con gli zii e anche se ci scambiavamo spesso delle visite Antonietta restò per sempre a vivere con zia Maddalena.
Mia madre alla fine si convinse che forse era stato un bene, zia Maddalena l’avrebbe cresciuta come se fosse stata figlia sua visto che non aveva altri figli, così almeno Antonietta avrebbe potuto avere una vita migliore ed un futuro più sereno senza la paura della fame e della povertà.
Il furto dello sgombro
Un giorno mio zio Algherino approfittando del fatto che mia zia Maddalena con mia sorella che ormai da parecchio tempo viveva con lei, erano venuti come spesso succedeva a farci visita, ci invitò tutti a casa sua per cena.
Quando arrivammo mio zio ci fece subito accomodare a tavola e sua moglie, zia Cristina svuotò in un piatto due scatole di sgombri da mezzo chilo l’una da dividere fra gli invitati e lo mise al centro della tavola.
Proprio in quel momento mancò la corrente e restammo completamente al buio. I miei zii cercarono una candela, ma non riuscirono a trovarla, così con pazienza dovemmo aspettare che tornasse la luce.
Io ero affamatissimo e dopo un po’ ebbi una grande idea: mi alzai in piedi sulla sedia e muovendomi con molta cautela mi allungai sulla tavola fino ad arrivare allo sgombro. Prendendolo con le mani incominciai a mangiare e mangiai fino a quando non rimase che un po’ d’olio sul fondo del piatto.
Non contento, sempre protetto dal buio e dalle chiacchiere degli altri commensali, ripulii perfettamente il piatto e quando dello sgombro ormai non c’era rimasto che l’odore mi leccai le dita, mi ripulii per bene la bocca con le mani e piano, piano, con grande soddisfazione e la pancia piena me ne tornai al mio posto.
Passammo ancora parecchi minuti al buio, poi finalmente la luce tornò e tutti rimasero a bocca aperta, quando videro il piatto completamente ripulito.
Passato lo stupore, dapprima i miei zii pensarono a qualche gatto che col favore del buio aveva fatto il colpaccio, ma poi visto che le finestre e la porta erano chiuse i sospetti caddero su mio fratello Francesco e mio cugino Benito che stavano ridacchiando per conto loro ed erano anche i più vicini al maltolto.
A me nessuno pensava, io ero il più piccolo ed ero seduto dall’altra parte del tavolo, tranquillo, in silenzio e a loro insaputa con la pancia piena.
Forse fu proprio questa eccessiva calma che dopo un po’ insospettì mia zia Maddalena che astutamente disse rivolta a zia Cristina: “invece di stare qui a discutere, prendi ancora due scatole di sgombro e danne subito un po’ a Carmine! Quel povero bambino con tutta questa attesa chissà che fame avrà!”.
A quel punto io che fin’ora ero stato al di sopra di ogni sospetto mi tradii dicendo: “non vi preoccupate per me, questa sera non ho molta fame”. A quelle parole tutti capirono subito chi si era mangiato lo sgombro e scoppiarono in una fragorosa risata.
Io avevo la fama di essere un gran mangione, ma nessuno avrebbe mai pensato che un bambino così piccolo si potesse mangiare tutto quello sgombro.
Solo mia madre si arrabbiò per la figura che le avevo fatto fare ma ci pensarono gli altri a calmarla, così me la cavai solo con una sgridata: “Se questa notte con tutto quello che ti sei mangiato ti sentirai male, invece di aiutarti ti darò quelle che avrei dovuto darti adesso più il resto”.
Ma quella notte io non stetti affatto male, anzi dormii beatamente fino a tarda mattina.
Al cimitero
Domenico, un muratore conosciuto soprattutto perché era un gran bevitore si trovava nel cimitero del paese per dei lavori di riparazione in una cappella.
A mezzogiorno smise di lavorare si sedette su una lapide e consumò il suo pranzo bevendo abbondantemente dall’immancabile bottiglione di vino rosso che si portava sempre appresso.
Finito di mangiare si appoggiò alla lapide continuando ad ingurgitare vino.
Intanto si guardava attorno pensando a tutta quella gente morta. Molti di loro li aveva conosciuti, ma ormai non ne restava che la fotografia.
Si girò e vide che stava seduto sulla lapide di un uomo con il quale non era mai andato d’accordo.
Anche quello era un ubriacone come lui. Spesso avevano litigato e presi dai fumi dell’alcool se le erano anche date di santa ragione, così come vide la foto del defunto, un po’ per rabbia, un po’ perché il vino cominciava a dargli in testa si mise a gridare insulti verso il morto: “Eri una carogna! credevi di essere il Padre eterno! e adesso? Tu sei là sotto mentre io sono qui a mangiare e bere alla faccia tua!”
A quell’ora nel cimitero non c’era nessun visitatore e l’uomo ormai ubriaco continuava ad inveire ad alta voce contro il morto: “Mi dicevi che dovevo schiattare, invece sei schiattato tu!” E giù un bel sorso di vino.
Di lì a poco entrò nel cimitero un suo conoscente: Giuseppe; un burlone,che vistolo da lontano sbraitare e gesticolare fece un giro largo e arrivò alle spalle di Domenico che continuava imperterrito nel suo monologo: “Tu sei lì sotto morto e io invece sono qui a bere seduto sulla tua tomba!”
Giuseppe arrivò fin dietro la lapide, Domenico era troppo preso a bere vino e farfugliare insulti e stupidaggini di ogni genere per accorgersene, così si accovacciò, gli prese il fondo della giacca e tirando forte disse con voce cavernosa come se provenisse dall’al di là: “Anche tu tra poco dovrai venire qui!”
Domenico a quelle parole e a sentirsi tirare la giacca scattò in piedi come una molla, si girò ma non vide nessuno perché Giuseppe era nascosto dietro la lapide, allora il pover’uomo scappò via gridando terrorizzato.
A quel punto Giuseppe si alzò ridendo a crepapelle. Domenico si voltò indietro un attimo e vide l’altro che si sbellicava dalle risate. Allora capì tutto, tornò sui suoi passi, agguantò il martello che aveva attaccato alla cintola ed iniziò un inseguimento, una specie di gincana tra le lapidi del cimitero, fra insulti e minacce.
“Se ti prendo ti metto insieme a quell’altro sottoterra” Gli gridava Domenico, che dopo un po’ visto che non riusciva ad agguantarlo gli lanciò il martello che mancò l’uomo per un soffio.
Alla fine Giuseppe riuscì a guadagnare l’uscita, lasciando Domenico con un palmo di naso.
L’arte di scorreggiare
Un giorno mia madre mi raccontò che prima che io nascessi vicino a casa nostra abitava una signora di nome Domenica detta Menichella.
Questa donna aveva la fama di essere una grande scorreggiona. Scoreggiava dappertutto e in qualsiasi momento: in casa, in piazza, in chiesa, dovunque insomma.
Era in grado di farlo anche su richiesta e succedeva che la gente che voleva fare un dispetto a qualcuno portava Menichella dove c’èra bisogno della sua prestazione: quando la persona designata passava veniva chiamata per nome ad alta voce e alla risposta della vittima si sentiva una raffica di potenti scoregge che di solito facevano arrabbiare e molto lo sfortunato. Naturalmente questo avveniva dietro compenso.
A volte i bambini per giocare le chiedevano di fare delle scoregge, tre, cinque, dieci e qualunque fosse la loro richiesta lei li accontentava sempre.
Un giorno arrivò in paese un venditore ambulante. Parlando con la gente gli fu raccontato di Menichella e delle sue capacità aerofaghe, ma l’uomo non credeva ad una sola parola così lo accompagnarono a casa di Domenica. Il venditore sicuro che avrebbe vinto propose una sfida: “Se tu riuscirai a fare cento scorregge io ti regalerò un bellissimo rotolo di stoffa, se invece non ce la farai e ne mancherà anche una sola, mi pagherai il costo della stoffa ma il tessuto lo terrò io!”.
Menichella accettò senza esitare. Intanto lì intorno si era formato un capannello di persone incuriosite dalla strana sfida.
La donna incominciò a sparare colpi col sedere, la gente li contava ad alta voce, ed ogni dieci tutti applaudivano.
Il venditore assisteva incredulo, il sedere di quella donna sembrava una mitragliatrice. Dieci, venti, cinquanta, novanta! Le ultime dieci scorregge furono contate dal folto pubblico una per volta fino alla fine. Novantotto, novantanove e cento! Un fragoroso applauso si levò dalla folla e quando il venditore sbalordito le consegnò il rotolo di stoffa Menichella diede un ultimo botto dicendo: “Questo è in più come regalo per te forestiero!”.
Ci fu un altro scroscio d’applausi in onore di Menichella, che a modo suo vincendo quella strana sfida aveva tenuto alto l’onore del paese.
Il ceto sociale
In un paese vicino al mio un giovanotto venuto dalla campagna camminando a lungo sotto il sole cocente del pomeriggio, si fermò all’ombra di un balcone per riposare un po’ e fumare una sigaretta.
Si sedette, tirò fuori dalla tasca un sacchettino, ne estrasse un poco di tabacco e lo appoggiò su un pezzo di foglia secca di granoturco arrotolandolo poi con cura.
Soddisfatto si portò alle labbra la rudimentale sigaretta la accese e si mise a fumare. Ad ogni sbuffo si creava una nuvoletta di fumo denso e acre che salì fino al balcone sovrastante ed entrando dalla finestra aperta fece tossire il signor dottore che abitava proprio lì.
Costui si affacciò e vide l’uomo seduto all’ombra del suo balcone che fumava tranquillamente. Infastidito dalla sfrontatezza del contadino che si era permesso di affumicarlo lo rimproverò con rabbia urlandogli in malo modo: “Zoticone, vai via da sotto il mio balcone! Non vedi che mi stai infastidendo e poi chi ti ha dato il permesso di metterti a fumare proprio quì sotto alla mia finestra?!”
Rispose il contadino: “Perché non posso fumare? Anche voi fumate!”. “Ah si! Adesso ti spiego una cosa” ribatté il dottore: “Ricordati che è permesso di fumare al dottore con la sua professione ed è permesso di fumare all’artigiano con l’arte nelle sue mani, ma a tè bifolco fesso a tè non è permesso!” A quei tempi la parola di un ricco era quasi legge ed un povero contadino non poteva permettersi di contraddire un dottore, così il poveretto borbottando sotto voce non potè far altro che gettare via la sigaretta e andarsene per la sua strada.
L' avaro punito
Era la festa di Sant’Anselmo il patrono del paese.
La festa era importantissima soprattutto per i contadini che in quell’occasione ringraziavano il Santo per i buoni raccolti dell’annata e chiedevano il suo aiuto affinché mantenesse il tempo buono, così da poter avere un buon raccolto anche la stagione successiva.
Data l’importanza dell’evento il paese ogni anno organizzava la festa in modo da rendere onore nel migliore dei modi al Santo protettore: c’era la banda che suonava sfilando per il paese, nel pomeriggio si organizzavano giochi e gare di vario genere.
Tutte le principali vie erano illuminate a festa e per finire appena faceva buio il cielo si illuminava degli splendidi colori dei fuochi d’artificio.
Naturalmente per organizzare tutto ciò occorreva parecchio denaro, così all’approssimarsi della festa veniva organizzato un comitato con lo scopo di passare di casa in casa per raccogliere le offerte necessarie per organizzare i festeggiamenti.
Successe che pochi giorni prima della festa gli incaricati del comitato bussarono alla porta di Luigino, un signore benestante ma famoso in paese per la sua avarizia.
Costui non era un contadino e non aveva campagna, perciò quando gli chiesero dei soldi la sua risposta fu pronta: “Io non vi do nulla a me non interessa se piove o c’è siccità, io non sono un contadino come voi e non mi serve la protezione di Sant’Anselmo!”.
Gli uomini del comitato ci rimasero malissimo e se ne dovettero andare demoralizzati e a mani vuote.
Venne il giorno della festa. La banda suonò per le vie del paese, poi ci fu una lunga processione con la statua del Santo in testa che fu appoggiata su di un grosso tavolo in mezzo alla piazza.
I festeggiamenti continuarono fino a sera e finalmente arrivò il momento dello spettacolo più atteso: i fuochi d’artificio.
Tutta la gente guardava divertita ed ammirata le splendide cascate di luce che riempivano il cielo di mille colori.
Anche Luigino guardava divertito tra la folla.
Ad un certo punto uno dei pali di legno che sostenevano i razzi si staccò improvvisamente da terra e volò per aria trascinato dal razzo appena acceso che inspiegabilmente era partito portandosi appresso il palo di sostegno.
Tutto si svolse in un attimo: il palo di legno dopo alcuni metri di volo si staccò e cadde sulla folla che non si era nemmeno resa conto dell’accaduto.
Il caso volle che il palo andasse a cadere proprio sulla testa di Luigino! Il tirchio che non aveva voluto dare il suo contributo alla festa e tra l’altro, sembrerà incredibile, ma fra tutta quella gente non ci fu nessun altro ferito.
L’uomo si ruppe la testa e finì per un bel po’ all’ospedale.
Tutti in paese dicevano che era stata la punizione del Santo a far cadere il palo proprio sulla testa dello sfortunato Luigino, che era stato punito per la sua avarizia ed il suo egoismo.
Se questo sia vero o se si sia trattato solo di una fatalità io non lo so, però rimane un dubbio: perché proprio e solo lui tra centinaia di persone?!
Sfida a testate
Per la festa di S. Anselmo il paese dava il meglio di sé nell’organizzare dei festeggiamenti degni del Santo Patrono.
La funzione religiosa era affidata all’abilità oratoria di famosi frati predicatori che grazie alla loro fama oltre alla gente del paese attiravano anche molti forestieri. C’era poi una lunga processione di centinaia di persone che si snodava per le vie dell’abitato e terminava con la deposizione della statua di S. Anselmo nella piazza principale del paese.
Terminata la parte religiosa iniziavano i festeggiamenti: Si esibiva la banda del paese che a volte veniva affiancata da rinomati musicisti provenienti dalle terre pugliesi, seguivano poi allegri banchetti dove il buon vino locale scorreva a fiumi.
Nel pomeriggio la festa continuava con giochi e gare alle quali tutti partecipavano con gioia.
Si organizzavano tornei di carte, c’era chi giocava alla morra e chi invece tentava di arrampicarsi sull’albero della cuccagna, ma la gara più originale che si svolgeva quel giorno era sicuramente quella delle testate: il campione locale lanciava la sua sfida a chiunque avesse il coraggio di battersi con lui. L’incontro consisteva nello sbattere testa contro testa con tutta la forza, vinceva chi resisteva di più ai duri colpi. La gara attirava sempre molti curiosi che si raggruppavano attorno ai due contendenti incitandoli e facendo il tifo chi per il campione chi per lo sfidante.
Una volta successe che alcuni forestieri si trovarono a passare in auto per il paese proprio quel giorno e vedendo che c’era festa si fermarono per curiosare un po’.
Girarono per la piazza colma di gente, fino a che incuriositi si avvicinarono ad un gruppo di persone che gridavano e incitavano due lottatori. I forestieri si fecero largo a fatica tra quelle persone e quando finalmente videro di che tipo di gara si trattasse rimasero allibiti.
I due combattenti si scambiavano testate con tanta foga che il rumore del cozzare delle loro teste si sentiva già da una certa distanza nonostante il fragore della piazza.
Probabilmente non avevano mai visto niente del genere e ne rimasero talmente impressionati e spaventati che senza perdere un attimo tornarono velocemente alla loro auto e aprendosi la strada a colpi di clacson filarono via. Probabilmente pensarono che quello doveva essere un paese di pazzi di teste matte ma soprattutto di teste dure!
La festa continuò e come da tradizione appena fece buio culminò con uno splendido spettacolo di fuochi d’artificio che lasciò tutti incantati per la bellezza degli effetti e dei colori che dipinsero il cielo in onore del nostro Santo Patrono.
Il lancio del calamaio
Un giorno verso la fine dell’ultimo anno di scuola Antonio detto “Lu Sacrestanu” si divertiva a prendere in giro Gerardina: una compagna di classe.
I due erano come “cani e gatti” non si potevano sopportare.
Antonio la sfotteva chiamandola col suo soprannome “Alida Valli” una famosa attrice dell’epoca, che a Gerardina col suo modo di vestirsi e pettinarsi piaceva emulare.
Di solito se qualche altro compagno la chiamava così lei non se la prendeva, anzi ne era compiaciuta e ci rideva sopra, ma lui no: lui era il nemico di sempre e non poteva permettersi di prenderla in giro, anche perché la provocazione era aggravata da una mimica scanzonata che Gerardina non accettava assolutamente.
Quel giorno lei per un po’ sopportò le provocazioni di Antonio, ma ad un certo punto non ci vide più dalla rabbia e afferrato il calamaio pieno d’inchiostro che era appoggiato sul banco lo scagliò con tutta la forza contro “Lu Sacrestanu” il quale però fu velocissimo e come un lampo si scansò così il calamaio lo mancò per un pelo.
Qui cominciarono i guai: il calamaio continuò la sua corsa; andò a sbattere contro il muro e cadde atterra frantumandosi e schizzando l’inchiostro addosso al maestro che stava sopraggiungendo in quel momento, Antonio per tutta risposta a quel gesto sconsiderato, invece di preoccuparsi del maestro prese una penna che aveva sul banco e la lanciò come una freccia contro Gerardina che non fu altrettanto lesta a schivare, così la penna che in punta aveva un pennino appuntito le si conficcò nella coscia.
Alle grida di dolore della ragazza il maestro accorse, le tolse il pennino dalla gamba, la disinfettò e la fece accompagnare a casa dalla bidella, dopo di chè chiamò Antonio per punirlo, ma il ragazzo non si muoveva dal suo banco gridando che aveva tutte le ragioni per quello che aveva fatto e che la colpa era tutta di Gerardina.
Dopo l’ennesimo rifiuto di Antonio ad avvicinarsi alla cattedra, accompagnato ormai anche da un tono di sfida da parte del ragazzo il maestro andò su tutte le furie, si alzò, prese la bacchetta di legno si avvicinò ad Antonio e gli ordinò di porgere i palmi delle mani per ricevere le bacchettate come punizione, ma “Lu Sacrestanu” oltre a non obbedire apostrofò il maestro dicendogli:“Muzzon”(Mozzicone) non ho paura di te!” e ormai in preda alla rabbia lo coprì di i insulti.
Mozzicone era il soprannome che noi ragazzi avevamo dato al maestro a causa della sua bassa statura, ma nessuno di noi aveva mai osato rivolgersi al maestro con quel nomignolo neppure per scherzo.
A quelle parole il maestro fu preso come da un raptus e cominciò a menare bacchettate alla cieca contro Antonio fino a quando la bacchetta si ruppe, allora il maestro si avvicinò alla finestra, la aprì e gettò fuori la cartella e i libri di Antonio, poi tornò dal ragazzo lo agguantò per la giacca e trascinatolo fino alla porta con un gran calcio nel sedere lo cacciò.
Antonio rimase sorpreso dal comportamento del maestro e dalla velocità con cui si svolsero i fatti, così per fortuna non ebbe nemmeno una minima reazione e se ne andò senza dir nulla.
Anche noi eravamo sorpresi e spaventati, perché non avevamo mai visto il maestro così furioso. Era stato veramente incredibile vedere un uomo mite e di corporatura piccola ed esile come lui, trascinare fuori un ragazzo grande e grosso come Antonio senza dargli nemmeno il tempo di aprir bocca o reagire in qualche modo.
Il maestro fece poi avvisare la famiglia del ragazzo che si presentò a scuola il giorno seguente accompagnato dal padre.
L’uomo dopo aver ascoltato il resoconto dell’accaduto dal maestro ed aver sentito la testimonianza di qualche alunno si rese conto che era stato proprio suo figlio la causa di tutto quel trambusto.
Si avvicinò ad Antonio, si sfilò la cintura e dopo avergli scoperto il di dietro cominciò a suonargliele di santa ragione con tutta la forza che aveva, ma per fortuna il maestro corse in suo aiuto salvandolo dalla furia del padre che altrimenti gli avrebbe di sicuro scorticato il sedere a suon di cinghiate. Così Antonio fu salvato proprio da quel maestro che lui aveva più volte insultato ed offeso.
“Lu Sacrestanu” era stato umiliato davanti a tutti e questo gli bruciava più delle cinghiate che aveva preso da suo padre, ma la lezione era servita.
Infatti da quel giorno Antonio smise di fare il galletto e questo fu un sollievo per tutti!
E Gerardina? Bè anche lei ebbe la sua bella lavata di capo, solo verbale per fortuna!
Il maestro ci ripeté che non bisogna reagire in modo incivile e violento alle provocazioni anche quando si ha ragione.
L' appostamento
Le sere d’estate spesso mi incontravo in piazza con gli amici.
A volte andavamo a fare delle lunghe passeggiate fino fuori paese, altre sere ci sedevamo e passavamo il tempo chiacchierando del più e del meno; le ragazze, la scuola e tutti i nostri piccoli problemi di ogni giorno, altre volte ancora invece giocavamo o andavamo in giro per il paese a fare scherzi facendo disperare i nostri poveri compaesani.
Mia madre mi aveva imposto un orario per il rientro a casa: le dieci, ma io spesso e volentieri rincasavo un po’ più tardi e allora erano guai.
Infatti quando arrivavo in ritardo mia madre mi aspettava nascosta dietro la porta con la scopa in mano e non appena mettevo piede in casa, erano dolori!
Io ero un ragazzino molto furbo, dopo le prime volte avevo imparato che lei si nascondeva sempre sulla destra subito dietro la porta, così come entravo alzavo le mani paravo i colpi e scappavo in camera cavandomela solo con una sgridata.
Il guaio era che mia madre era più furba di me e non le ci volle molto per capire il mio trucco, così incominciò ad appostarsi anche dall’altro lato e quando io entravo in casa al buio, se azzeccavo il lato giusto da cui arrivavano le scopate paravo i colpi e scappavo in camera mia, altrimenti era lei ad accompagnarmi fino alla mia stanza a suon di scopate.
Per quanto mi dispiacesse fare arrabbiare mia madre, mi capitava abbastanza spesso di ritardare, anche se di solito di pochi minuti, ma mi divertivo così tanto a correre e giocare per il paese che a volte non mi rendevo conto di come il tempo passasse in fretta e qualche volta se mi accorgevo di essere in ritardo pensavo che valesse la pena prendere qualche scopata pur di giocare un po’ di più.
Una sera addirittura la scopa si ruppe facendo arrabbiare ancora di più la mamma, ma io ormai ci avevo fatto il callo e la mia preoccupazione più grande non era la paura delle scopate che avrei preso ma riuscire ad indovinare da che parte si sarebbe appostata mia madre per poterle schivare.
Le marachelle serali
Quando ero piccolo non c’erano tutti i giocattoli che hanno i bambini di oggi e quei pochi che c’erano quasi nessuno poteva permetterseli così il passatempo preferito da me e dai miei amici era di andarcene in giro per il paese a fare scherzi e marachelle.
Una sera correvamo per i vicoli del paese. Alcuni di noi essendo figli di contadini portavano delle scarpe chiodate che battendo sul selciato dei vicoli facevano un fracasso infernale. A volte scivolavano sulle pietre lisce dei lastricati facendo cadere lo sfortunato che comunque di solito se la cavava con qualche livido e qualche ginocchio sbucciato.
Una sera il mio amico Luigi la combinò proprio grossa; state a sentire.
Correva a rotta di collo e ad un certo punto si buttò atterra e incominciò a gridare: “Ahi! La mia gamba! Mi sono rotto la gamba,aiuto!” Noi eravamo un po’ più indietro e quando arrivammo lì ignari che si trattasse di uno dei soliti scherzi, nel vederlo atterra che gridava contorcendosi per il dolore ci spaventammo tantissimo.
Luigi infatti, per far sì che lo scherzo riuscisse meglio non ci aveva detto niente e ogni volta che uno di noi provava a toccargli la gamba o cercava di aiutarlo a rialzarsi gridava sempre più forte facendosi addirittura venire le lacrime agli occhi.
Richiamate dalle grida alcune persone per lo più uomini appena rientrati dal duro lavoro in campagna si avvicinarono e quando si resero conto che il ragazzo non poteva camminare uno di loro si fece portare dalla moglie una sedia, lo fecero sedere e piano, piano cominciarono a trasportarlo verso casa sua che distava qualche centinaio di metri da lì.
Intanto ci rimproveravano: “Avete visto cosa succede a correre sempre come dei pazzi?!…rischiate di rompervi l’osso del collo!”
Luigi seduto come un papa sulla sedia portata a braccia da due poveracci continuava la sua sceneggiata gridando e facendo smorfie di dolore ad ogni scossone, fingendo dolori atroci alla gamba. Si era formata una piccola processione di gente. Dopo un po’ di strada i due che portavano la sedia la posarono atterra per riposarsi un attimo e fu proprio in quel momento che Luigi scattò come una lepre e corse via ridendo a crepapelle tra lo stupore di tutti, compresi noi ragazzi.
Tutti cominciarono ad inveire contro il piccolo farabutto, uno dei portatori gli lanciò la sedia, ma ormai era lontano così l’ira dei paesani si riversò verso noi ragazzi credendoci suoi complici.
Fummo costretti ad una fuga precipitosa per evitare di essere presi a schiaffoni.
Per nostra fortuna erano tutti talmente stanchi per il lavoro nei campi e molti di loro non avevano neppure cenato che nemmeno ci provarono ad inseguirci, si limitarono a lanciarci una lunga fila di insulti e minacce.
Una volta al sicuro cercammo Luigi e lo trovammo in un vicolo che ancora si piegava in due dalle risate. Prima lo sgridammo per il rischio che ci aveva fatto correre non avvisandoci dello scherzo, ma alla fine ripensando a tutta quella storia e al trambusto che aveva creato, vedendo lui che continuava a ridere non potemmo far altro che unirci a lui in una bella risata.
Il circo fantasma
Quella sera io ed i miei amici eravamo in piazza, si chiacchierava del più e del meno quando ad un certo punto non ricordo a chi venne in mente una grande idea che naturalmente mettemmo subito in atto. Prendemmo un pezzo di cartone, lo arrotolammo a mo’ di megafono e girammo per tutto il paese pubblicizzando l’arrivo di un circo.
Gridavamo attraverso il nostro finto megafono ripetendo le parole che diceva il banditore di un circo che di tanto in tanto veniva a fare il suo spettacolo in una piazza alle porte del nostro paese.
“Signore e signori è arrivato in paese il circo Zavatta! Non mancate questa sera alle ore ventuno grande spettacolo!
Non mancate: solo per questa sera metà prezzo! Accorrete tutti! Lo spettacolo si svolgerà in Piazza San Giuseppe.”
Un po’ più tardi quando era quasi l’ora dello spettacolo, abbandonati i panni di banditori ci aggirammo tra i vicoli per vedere che effetto aveva fatto il nostro annuncio.
Già un po’ di gente cominciava ad uscire da casa avviandosi verso Piazza San Giuseppe per assistere allo spettacolo del fantomatico circo.
Qua e là da sotto le finestre sentivamo delle discussioni. Erano le mogli che litigavano con i loro mariti, perché per la stanchezza oppure a volte solo per pigrizia non volevano accompagnare loro o i bambini allo spettacolo. Alla fine però qualcuno si lasciava convincere, magari per disperazione o per curiosità vedendo nei vicoli che sempre più gente si incamminava verso il circo.
Eravamo proprio soddisfatti, il nostro annuncio aveva avuto l’effetto desiderato, molta gente si stava dirigendo verso Piazza San Giuseppe così anche noi corremmo lì per vedere le loro reazioni quando si sarebbero resi conto che il circo non c’era.
Tenendoci un po’ in disparte ne vedemmo e sentimmo di tutti i colori: litigi tra mogli e mariti, insulti verso i falsi banditori, imprecazioni di ogni genere, insomma con tutti quei battibecchi e quella baraonda il divertimento fu assicurato.
La processione
Un’altra volta ci facemmo portare da Antonio il figlio del sacrestano, delle candele prese in prestito (si fa per dire) in chiesa.
Organizzammo una finta processione, con tanto di tuniche ricavate da vecchie lenzuola recuperate qua e là e campanelle rubate dai collari delle capre del padre di Michele.
Partimmo da una piazzetta appena fuori paese, accendemmo le candele rivestimmo le loro sommità con carta di vari colori, così nel buio della sera creavano un effetto strabiliante.
Avevamo costruito anche una croce e l’avevamo fissata su di un lungo palo di legno.
Ci avviammo per il paese, la croce avanti e tutti noi altri dietro, eravamo circa una dozzina, camminavamo ordinati in fila cantando canzoni religiose.
Scegliemmo con cura il percorso passando per i tortuosi vicoli del paese dove di solito non passavano le vere processioni guidate dal parroco.
Era anche la zona dove vivevano le famiglie più povere, per lo più contadini, gente semplice ed anche un po’ ingenuotta.
Pian piano ci addentrammo per gli stretti e male illuminati vicoletti. La gente si affacciava incredula alle finestre, le mogli correvano a chiamare i mariti, qualche donna alla finestra pregava e ringraziava il signore perché la processione era passata tra le loro povere case.
Tutti al nostro passaggio si facevano il segno della croce, molti si univano a noi cantando lodi al Signore.
Dopo i primi momenti di stupore la gente cominciò ad uscire di casa e ad avere qualche dubbio. Qualcuno incominciò a chiederci di quale ricorrenza si trattasse e a cosa fosse dovuta quella processione, ma prima che ci fossero troppo vicini ce la squagliammo a gambe levate per evitare qualche bastonata, lasciando quei poveretti sorpresi e stizziti.
Ci nascondemmo nei vicoli lì intorno da dove senza essere visti potevamo ascoltare tutti i loro commenti.
Chi ci lanciava insulti di ogni genere, molti se la prendevano con le mogli per essersi fatte prendere in giro ed averli costretti ad alzarsi dal letto per seguire la finta processione, o semplicemente per avergli fatto fare la figura dei fessi davanti a dei ragazzini, anche se probabilmente pur non volendolo ammettere anche parecchi di loro erano cascati nell’inganno come degli allocchi.
La trappola
Quasi ogni giorno Carmine il mio compagno di banco portava a scuola qualche cosa di buono che poi mangiava di nascosto durante la lezione offrendone anche a me .
Carmine nascondeva le cibarie sotto al banco, ma Antonio che era seduto nel banco vicino se ne accorse, così studiò un piano per appropriarsene.
Un giorno il maestro si assentò un attimo e subito Antonio si avvicinò a Carmine con una scusa: gli chiese se suo padre che era fabbro gli poteva costruire una piccola accetta.
Così mentre parlavano contrattando l’affare Antonio con disinvoltura,senza che l’altro se ne accorgesse infilò una mano sotto il banco e rubò una grossa carota.
Terminata la missione se ne tornò al suo banco prima che l’insegnante tornasse in classe.
Più tardi durante la lezione il maestro si girò per scrivere una frase alla lavagna, Carmine non perse tempo, allungò la mano per prendere la carota ma non trovò nulla .
Subito mi disse che qualcuno gli aveva rubato la “pastinaca” (così era chiamata la carota al mio paese).
Di me non dubitava perché eravamo amici, così cominciò a guardarsi in giro e notò subito Antonio che abbassato sotto il banco stava mangiando qualcosa e aveva la bocca tanto piena che le guance gli si erano gonfiate come un pallone.
Carmine capì subito dove era finita la sua carota, si alzò e con fare minaccioso col dito puntato gli urlò: “Che cosa stai mangiando mariuolo?!” Lui con la bocca tanto piena da riuscire a parlare a fatica, rispose semplicemente: “La pastinaca” Tutta la classe scoppiò in una sonora risata e anche il maestro fece fatica a trattenersi.
Si fece spiegare cosa era successo e capita la situazione sgridò Carmine perché non avrebbe dovuto mangiare durante la lezione e punì Antonio facendogli scrivere sul quaderno per cento volte: non mangerò più carote.
Carmine, per niente soddisfatto cominciò a pensare a come vendicarsi del compagno ladro, così dopo qualche giorno portò una grossa banana e quando fu sicuro che Antonio l’avesse vista la mise al solito posto e mi spiegò il suo piano.
Dopo un po’Carmine con la scusa di andare al bagno uscì e si appostò dietro la porta. Dopo poco io mi alzai per portare i miei compiti al maestro e il banco rimase libero. Subito Antonio si mosse. Fece per agguantare la banana, ma la sua fu una brutta sorpresa, perché Carmine aveva piazzato una trappola per topi che scattò precisa sulle dita di Antonio; il ladruncolo lanciò un urlo di dolore.
Subito Carmine entrò in classe soddisfatto e il maestro spaventatissimo per le urla prima liberò dalla trappola il malcapitato, poi lo prese per un orecchio lo portò vicino alla cattedra e lo fece stare in ginocchio un’ora per punizione, dopo di chè fece a Carmine una sonora ramanzina dicendogli che era sbagliato farsi giustizia da soli.
Finita la punizione il maestro chiamò i due ragazzi e disse loro: “Ora datevi la mano e che non succedano mai più cose del genere” Poi rivolto ad Antonio disse: “Che questo ti serva da lezione”.
La lezione servì, perché Antonio non rubò mai più nulla ai suoi compagni.
Lo stratagemma del furto del denaro
Domenico era un imbroglione La sua principale attività era rubare ed imbrogliare la gente, doveva soldi a tantissime persone.
Un giorno uno dei tanti creditori lo incontrò per strada lo fermò e lo minacciò ricordandogli che se non avesse saldato il suo debito nel giro di un paio di giorni l’avrebbe denunciato.
Domenico per nulla intimorito rassicurò il creditore dicendogli di passare a casa sua l’indomani verso le cinque, così avrebbe avuto i suoi soldi.
L’indomani per Domenico era giorno di paga. Appena arrivò a casa tolse i soldi dalla busta e lasciò quest’ultima bene in vista sul tavolo. Uscì lasciando la porta aperta proprio verso l’ora in cui doveva incontrarsi con il suo creditore.
Fatti pochi passi lo incontrò e gli disse: “ i soldi che ti devo sono sul tavolo in una busta appena dentro casa, vai pure e prendili, in casa non c’è nessuno.” L’altro rispose: “Per favore, vieni anche tu, io non posso entrare in casa tua se non c’è nessuno.” “Vai, vai entra pure, fai come se fossi a casa tua non ti preoccupare mi fido di te. Quanto a me non ti posso accompagnare, vado di fretta perché c’è mio suocero che sta male e poi ti conviene andarli a prendere subito altrimenti va a finire che li spendo e non ti posso pagare neanche questa volta.”
Queste ultime parole convinsero il creditore, che si avviò verso la casa di Domenico.
Intanto l’imbroglione chiamò un suo amico che abitava lì vicino e gli disse: “Vieni subito ho bisogno di un testimone: ho visto un uomo introdursi in casa mia, sarà un ladro. Andiamo a vedere di chi si tratta!”
Intanto l’uomo entrò in casa, prese la busta in mano e accortosi che era vuota uscì di corsa per raggiungere Domenico e farsi dare delle spiegazioni.
Appena passò l’uscio, se lo trovò davanti con l’amico.
“ Ladro!” gli gridò” Ti sei introdotto in casa mia per derubarmi dei soldi che ho guadagnato lavorando onestamente, hai ancora la busta in mano disgraziato!”
Il poveretto colto di sorpresa non poté far altro che gridare la sua innocenza cercando di spiegare che era stato Domenico ad insistere perché entrasse in casa sua a prendere i soldi che gli doveva.
Le sue proteste non servirono a nulla. Addirittura Domenico lo denunciò ai carabinieri, così oltre a perdere i soldi prestati dovette anche rimborsare l’intero stipendio a quel delinquente che aveva architettato tutto alla perfezione,
Il datore di lavoro infatti testimoniò di aver consegnato lo stipendio a Domenico, solo un’ora prima che succedesse il furto e il testimone presente al momento del fatto confermò di aver visto l’uomo uscire di corsa dalla casa di Domenico con la sua busta paga in mano.
Naturalmente non si riuscì mai a sapere dove il presunto ladro avesse nascosto i soldi rubati, ma a quei tempi non si andava tanto per il sottile e fu già tanto che il poveraccio non fosse finito in galera.
La legna rubata
Un’altra volta successe che una vecchietta ebbe l’infelice idea di ordinare a Domenico due quintali di legna per il camino.
Si raccomandò che la legna le fosse portata il mattino seguente così lei che abitava da sola avrebbe avuto tutto il tempo un pezzo alla volta di portarla in casa al sicuro.
Naturalmente quel filibustiere di Domenico aveva già architettato il suo piano per imbrogliare la povera donna.
Il giorno dopo, infatti, portò la legna alla vecchietta non il mattino come d’accordo, ma nel tardo pomeriggio. Alle rimostranze della cliente Domenico si scusò sostenendo che non aveva fatto in tempo a portarle la legna durante la mattinata perché era stato troppo preso dal lavoro.
Vedendo che la vecchietta era preoccupata di dover lasciare la legna fuori durante la notte, le disse: “Non preoccupatevi signora, chi volete che venga a rubare la legna ad una vecchietta sola come voi? Dormite tranquilla, per farmi perdonare il ritardo vi prometto che domani mattina verrò io a sistemare tutta la legna.” La vecchietta rincuorata da tanta gentilezza e bontà lo pagò, ringraziando il cielo che ci fossero ancora persone così educate e disponibili come quell’uomo.
Calò la notte e mentre la vecchietta dormiva tranquilla Domenico tornò lì, ricaricò la legna sull’asino e la portò via.
L’indomani mattina come se niente fosse il ladro si presentò come d’accordo dall’anziana signora.
Appena la vide esclamò: “ avete già sistemato tutta la legna! Perché non mi avete aspettato? Vi avevo detto che sarei venuto ad aiutarvi.”
La poverina quasi con le lacrime agli occhi rispose tristemente: “ Altro che portata in casa, come temevo qualche furfante l’ ha rubata!”.
“ Cosa!?” urlò Domenico scandalizzato, “ Ma in che mondo siamo,chi può aver avuto il coraggio di fare una cosa simile!”
E la vecchietta “ cosa volete, ormai sono poche le persone oneste come me e voi, il mondo è pieno di delinquenti.”
La povera vecchietta ordinò altra legna e Domenico gliela portò il giorno dopo ancora verso sera, malgrado lei l’avesse pregato di portargliela durante la mattinata.
La donna era arrabbiatissima e Domenico per calmarla le disse: “ Non vi preoccupate questa notte io resterò qui nascosto e se qualcuno proverà ad avvicinarsi alla vostra legna lo prenderò a bastonate sulla schiena.” L’anziana signora tutta contenta non finiva più di lodare e ringraziare quel disgraziato di Domenico e così lo pagò per la seconda volta.
Quella sera l’ingenua signora andò a dormire tranquilla ignara che intanto quel furfante si stava nuovamente portando via la legna.
L’indomani mattina la vecchietta restò di stucco quando non trovò la legna. Poco dopo arrivò Domenico che con la sua solita disinvoltura disse: “Siete proprio una donna in gamba avete già sistemato tutta la legna, non volete proprio che io vi aiuti.”“ Ma che dite? Meno male che dovevate essere qui voi questa notte a curarmi la legna! Dove eravate mentre la rubavano?!”
“ Vi giuro che sono rimasto qui tutta la notte, ma questa mattina presto non ne potevo più dal sonno perché ieri ho avuto una giornata molto pesante e così visto che era tutto tranquillo sono andato a casa per riposare un po’, ma com’ è possibile che vi abbiano derubato di nuovo, forse mi state prendendo in giro? Fatemi vedere in casa.”
“ Accomodatevi pure!” sbraitò la signora. Domenico, con una falsità incredibile guardò dentro casa e poi cominciò ad imprecare contro gli ignoti furfanti.
Alla fine con tono dispiaciuto disse: “Anch’io mi sento un po’ in colpa, sarei dovuto stare qui fino a quando vi svegliavate invece di andare a casa a dormire”
La vecchietta nel vedere Domenico così dispiaciuto si calmò e disse; “Non vi fate problemi in fondo voi siete stato fin troppo premuroso e io so che la vita è dura per chi come voi lavora onestamente ed ha una famiglia sulle spalle, cosa ci volete fare? È andata così.”
Allora quel furfante al massimo dell’ipocrisia le disse: “ non vi preoccupate domani vi porterò altra legna e siccome mi sento in dovere verso di voi non voglio neanche che me la paghiate.”
In realtà Domenico sapeva che l’anziana signora non avrebbe mai accettato che lui onesto lavoratore con una famiglia sulle spalle lavorasse senza essere pagato.
Infatti la vecchietta volle assolutamente pagare anche quell’ultimo carico di legna, così quell’imbroglione riuscì a farsi pagare per ben tre volte la stessa merce ed in più si guadagnò anche la stima e la simpatia dell’ingenua vecchietta.
La colazione di Mariano
Un giorno a scuola durante l’intervallo mentre ci apprestavamo a fare colazione il nostro compagno Mariano ci lasciò tutti esterrefatti quando dalla cartella invece del solito frutto come tutti noi, tirò fuori avvolto in un pezzo di giornale tutto unto una grossa fetta di pane che si era preparato prima di uscire di casa inzuppandola in una giara piena dì olio d’oliva.
Quando la scartò per mangiarla l’olio che impregnava il pane in modo esagerato cominciò a colargli sulle mani e giù lungo le braccia fino a cadere sui libri e sui quaderni appoggiati sul banco e questo non è niente, Mariano riuscì anche a macchiare abbondantemente un libro e un quaderno al suo malcapitato compagno di banco.
Lo sfortunato era Carmine il figlio del fabbro che quando vide le sue cose e il banco tutti macchiati e unti d’olio per poco non svenne, lui che era un ragazzino così pulito e ordinato.
Il maestro andò su tutte le furie. Fece subito spostare Carmine in un altro posto e per punizione mandò Mariano col suo banco tutto unto in un angolo in fondo alla classe e gli intimò di portare per il giorno dopo i soldi per ricomprare il quaderno e il libro a Carmine.
Ricomprare il materiale al compagno non fu un problema per Mariano, perché la sua famiglia stava abbastanza bene economicamente, ma nonostante le sgridate del maestro, Mariano continuò per un bel pezzo a portarsi a scuola la sua fetta di pane impregnata d’olio.
La cartella, i libri e i quaderni erano intoccabili da tanto erano unti, il maestro non riusciva più neanche controllargli i compiti perché gli veniva il voltastomaco solo a guardarli quei quaderni con le pagine tutte ingiallite e appiccicose.
Anche i vestiti del ragazzo erano tutti una macchia d’olio tanto che il maestro non osava più neanche avvicinarsi al banco di Mariano. A poco servì far chiamare più volte i genitori che raramente si presentarono.
Va bene che la sua famiglia produceva olio in gran quantità ma non era il caso di spargerlo da tutte le parti!
La festa degli alberi
Era il ventuno marzo, iniziava la primavera e al mio paese si celebrava la festa degli alberi.
Non era una festa ufficiale e se capitava durante la settimana noi dovevamo comunque andare a scuola. In quell’occasione il maestro ci portò a visitare un cantiere di rimboschimento.
Appena arrivammo sul posto ad ognuno di noi venne regalato un alberello che dopo la cerimonia religiosa che si sarebbe tenuta a momenti saremmo andati ad interrare In un posto lì vicino.
Il maestro intanto ci spiegava l’utilità degli alberi per l’uomo e perché non bisognerebbe tagliarli.
Dopo un breve tragitto arrivammo al luogo dove si sarebbe svolta la cerimonia che iniziò subito: il prete disse la messa durante la quale benedì gli alberelli che ci avevano donato.
Poi toccò al sindaco che tenne un bel discorso ammonendo che se non si fosse smesso di recidere gli alberi lungo i pendii della montagna c’era il rischio che il terreno franasse a valle procurando disastri irrimediabili per l’ambiente e per l’uomo.
Mentre continuava il suo discorso rivolgendosi direttamente a noi scolari sostenendo che piantando i nostri alberelli avremmo dato un importante contributo per il benessere dell’ambiente, cominciammo di tanto in tanto a sentire echeggiare da poco lontano il tipico rumore delle asce dei taglialegna: toc, toc….
La cosa strana era che quando il sindaco smetteva per un attimo di parlare i colpi si fermavano ma come ricominciava il discorso ecco che riprendevano.
Ci accorgemmo che tra noi mancava Antonio un compagno più grande perché ripetente.
Appena il sindaco terminò il suo discorso avvertimmo il maestro ma non fece in tempo a preoccuparsi, infatti Antonio sbucò quasi subito da dietro la collinetta davanti a noi portando in spalla un pezzo del tronco di un albero appena tagliato.
Il maestro andò su tutte le furie: “ Non hai sentito che cosa ha appena detto il sindaco, che figura mi fai fare!” Antonio non si scompose e ribatté con calma “Signor maestro, io sarei dovuto venire nel pomeriggio per tagliare un po’ di legna, ma visto che ero già qui ne ho approfittato Almeno mi evito un altro viaggio e poi dove ho tagliato questo ho piantato l’alberello che mi hanno regalato quindi siamo pari: uno l’ ho tagliato, e uno l’ ho piantato!”.
L'ingordo ed affamato musicista
La banda del mio paese a quel tempo era piuttosto famosa in Basilicata. Spesso veniva invitata per esibirsi alle feste patronali da molti paesi della regione.
L’usanza voleva che quando la banda si recava a suonare in un paese i suonatori fossero invitati a pranzo dalle famiglie più benestanti. Toccava al maestro d’orchestra smistare i componenti della banda tra le varie famiglie.
Uno dei musicanti: Roberto, era un gran mangione e si lamentava spesso di essere mandato a pranzo da famiglie tirchie che non lo facevano mangiare a sufficienza. Una volta successe che dopo essersi esibiti alla festa di un paese il maestro mandò i suonatori dalle famiglie che li avevano invitati per il pranzo, per ultimo si rivolse a Roberto: “oggi, tu andrai a mangiare dal sindaco Vedrai che questa volta ti abbufferai come si deve perché mi hanno riferito che il sindaco di questo paese non bada a spese pur di fare bella figura con i suoi ospiti.
Ricordati solo una cosa: la gente di qui è strana, ti danno da mangiare fino a farti scoppiare, ma guai a te se avanzi qualche cosa; per loro è un’offesa gravissima, si arrabbiano e a volte arrivano addirittura a picchiare l’invitato quindi mi raccomando mangia tutto e non farmi fare brutte figure!”.
Roberto sicuro di sé rispose: “Non preoccuparti, ce ne vuole di cibo per riempire il mio pancione, vedrai che ti farò fare una bellissima figura” Detto questo si avviò tutto contento verso la casa del sindaco.
Naturalmente, tutto quello che gli aveva detto il maestro non era vero, si trattava di una burla per insegnare a Roberto a non essere così ingordo.
In realtà il sindaco di quel paese era conosciuto per la sua avarizia. Altro che abbondanza e generosità, sicuramente sarebbe stato più contento se il suo ospite avesse mangiato pochissimo anziché abbuffarsi.
Poco più tardi Roberto si presentò a casa del sindaco. Fu accolto dalla sorella che lo fece subito accomodare a tavola e scusandosi gli disse che suo fratello sarebbe rientrato a momenti.
Intanto portò in tavola una grossa marmitta di pasta al sugo e l’appoggiò proprio davanti a Roberto.
Aspettarono un po’,ma siccome il sindaco tardava la sorella disse a Roberto che se voleva poteva incominciare a mangiare.
Allora lui per paura di offendere la padrona di casa ripensando agli avvertimenti del maestro, decise di incominciare e siccome la marmitta con la pasta era stata messa davanti a lui pensò che quella fosse la sua razione, così con una voracità incredibile si divorò in un attimo tutta quella pasta che avrebbe dovuto bastare per tre.
Appena ebbe finito arrivò il sindaco. Sua sorella lo fermò all’ingresso e senza farsi sentire gli raccontò di come il loro ospite si fosse divorato tutta la pasta, anche la loro razione.
Il sindaco era preoccupato ed incredulo: “Possibile che abbia mangiato tanta pasta! Sembra uno che non tocca cibo da un mese, oggi questo ci manda in rovina!”
Si accomodarono a tavola e poiché la pasta era finita la sorella servì un tegame pieno di carne arrostita che sarebbe dovuto bastare per tutti e tre.
Questa volta glielo mise davanti di proposito lanciando un’occhiata al fratello come per dire: “Vediamo se si mangia anche questo!”
Roberto facendo tesoro dei consigli del maestro si mise di buona lena a mangiare e intanto pensava: “Saranno ben contenti di me, stò facendo onore alla loro cucina”.
“Ma come mai non mangiate?” Chiese Roberto ai padroni di casa, “non avete fame?”
Sforzandosi di apparire calmi e con un falso sorriso sulle labbra il sindaco gli rispose: “Voi invece a quanto vedo ne avete molta?”
“Si, si,certo!” Rispose tra un boccone e l’altro Roberto che ormai era pieno zeppo “complimenti alla cuoca, è buonissima questa carne la mangio tutta proprio volentieri”.
I padroni di casa incolleriti da tanta sfrontatezza per vedere fin dove sarebbe arrivata l’ingordigia del loro affamatissimo ospite, finita la carne gli misero davanti una bella forma di formaggio del peso di circa tre chili.
Ormai Roberto non ce la faceva più, così dopo aver cercato di ingoiare qualche pezzetto di formaggio per la paura di essere picchiato si mise a tremare e piangere.
I padroni di casa erano sempre più esterefatti per lo strano comportamento del loro ospite. “Che c’è? che succede? stai forse male o non ti piace il formaggio? Perché non mangi?”
“No,no” si affrettò a rispondere Roberto “il formaggio è buonissimo, vi chiedo scusa se vi offendete, ma sono troppo pieno non ce la faccio a finirlo, ma per non mancarvi di rispetto lo mangerò più tardi me lo porto via e lo mangio a casa così non ne avrete a male!”
A quelle parole i due esplosero dalla rabbia: “Che cosa?! Te lo porti via?! Ti porti a casa il nostro formaggio per non offenderci?! Vattene subito o ti facciamo cacciare fuori tutto quello che ti sei mangiato a suon di bastonate!
Ci sei costato un patrimonio, hai mangiato anche la nostra parte ed ora ti vuoi portare via anche il formaggio! Hai una bella faccia tosta Vergognati!”
Così Roberto fu cacciato in malo modo dal sindaco infuriato e probabilmente anche affamato visto che il suo pranzo se lo era strafogato tutto quell’ospite oltremodo strano e ingordo.
Quando Roberto raccontò l’accaduto tutta la banda lo prese in giro per il resto della giornata, tanto che offeso da tanta insensibilità decise di tornarsene al paese per conto suo anziché con il resto della banda e a nulla valsero le scuse e i tentativi dei compagni di farlo restare con loro.
Lo scherzo a mio padre
Anche mio padre era un elemento della banda del paese ed anche a lui il maestro fece un bello scherzetto. Essendo mio padre un tipo piuttosto schizzinoso e pignolo amante dell’ordine e della pulizia dopo il solito spettacolo musicale fu mandato di proposito a pranzo in una famiglia dove l’ordine e la pulizia non erano certo di casa.
Quando si presentò a casa loro lo fecero subito accomodare a tavola e la padrona di casa tirò fuori di sotto un vecchio materasso pieno di polvere e chissà cos’altro una vecchia insalatiera colma di pasta,messa lì sotto per tenerla in caldo.
Nel vedere una cosa del genere a mio padre passò subito l’appetito e non sapendo come svignarsela cominciò a fingere di stare male.
I padroni di casa poiché il loro ospite non stava bene erano molto preoccupati e non sapevano più che fare. Allora mio padre li tranquillizzò: “non vi preoccupate non è la prima volta che mi capita, ora farò un salto alla farmacia che ho visto qui vicino e mi farò dare qualche cosa che mi faccia star meglio, non vi disturbate ad accompagnarmi non è niente di grave, in un attimo vado e torno è questione di un minuto, scusatemi”
I poveretti aspettarono invano senza mangiare prima di cominciare ad avere qualche sospetto, ma ormai mio padre se l’era squagliata. Era corso subito dal maestro e arrabbiatissimo gliene aveva dette quattro, per di più se n’era andato rifiutandosi di suonare nell’esibizione pomeridiana.
A nulla valsero le scuse del maestro.
Mio padre andò dritto alla stazione e prese il treno per tornarsene al paese lasciando così il maestro nei guai perché di lì a poco si presentarono i due paesani che dovevano offrire il pranzo a mio padre ed erano piuttosto arrabbiati per essere stati ingannati e presi in giro da un musicista forestiero. Il maestro ebbe il suo bel da fare per calmarli e convincerli che si era trattato di un malinteso.
Un altro guaio per il maestro fu che essendo mio padre l’unica tromba solista, senza di lui la banda non potè dare il meglio di sé tanto che venne ridotto il compenso pattuito.
Da quella volta il maestro cominciò a pensarci due volte prima di fare altri scherzi
Il mollettone in testa
quel giorno io e mio fratello, continuavamo a farci dispetti e litigare, anche per i più futili motivi.
Mia madre, che ci aveva già più volte rimproverati senza che noi l’ascoltassimo, dopo un po’ perse la pazienza
stava attizzando il fuoco con un mollettone di ferro, ad un certo punto mi vide che stavo dando un calcio a mio fratello senza che lui se ne accorgesse. Quella fu la goccia che fece traboccare il vaso; esasperata dai nostri continui litigi e stanca di sgridarci senza risultato venne verso di me e per farmi spaventare alzò minacciosamente il mollettone come se avesse voluto picchiarmi. Nel frattempo in casa era appena entrato mio cognato Vincenzo, che nel trovarsi all’improvviso davanti a quella scena dovette pensare che mia madre fosse uscita di senno, così convinto che veramente volesse picchiarmi il mollettone sulla testa senza esitare le si lanciò contro per fermarla.
Nella foga Vincenzo andò a sbattere la mano sul mollettone ancora rovente e cominciò ad imprecare verso mia madre, la quale furibonda non si fece pregare, così iniziarono a litigare e mentre loro si scambiavano apprezzamenti di ogni genere io e mio fratello che sapevamo essere la causa di tutto quel trambusto pensammo bene di squagliarcela e tornammo a casa solo quando tutto fu tranquillo.
Gli schiaffoni del prete a mio cugino Tonino
La mia fidanzatina si chiamava Carmela, abitava vicino alla chiesa principale del paese.
Io ai tempi avevo diciassette anni e lei quattordici, anche a causa della nostra giovane età eravamo costretti a vederci di nascosto.
A volte quando venivamo sorpresi insieme o qualcuno andava a riferire ai suoi genitori di averci visto erano guai.
Io di solito me la cavavo squagliandomela, ma lei regolarmente veniva picchiata dai suoi genitori, eppure nonostante tutto non voleva smettere di vedermi e si inventava mille scuse per poter uscire. Io di solito portavo un paio di amici che mettevo di sentinella, se arrivava qualcuno ci lanciavano un segnale così potevamo scappare altrove, inoltre cercavamo di vederci verso sera all’imbrunire perché era più facile nascondersi tra i chiari scuri dei vicoli.
Una sera c’incontrammo in chiesa. Ci andammo a nascondere in un angolo buio dietro al confessionale.
Per qualche minuto chiacchierammo tranquillamente, ma dopo un po’ incurante del luogo sacro in cui ci trovavamo incominciai ad allungare le mani per toccarla.
Lei mi pregava di star fermo perché in chiesa non si dovevano fare certe cose ma intanto gli veniva anche da ridere, così io continuavo. Tutti presi come eravamo io ad allungare le mani, lei a tenermi a bada pian piano ci spostammo e senza rendercene conto ci trovammo allo scoperto.
Il parroco abitava in un piccolo appartamento con due finestre che davano su una vetrata della chiesa che permetteva di vederne l’interno, così a nostra insaputa il parroco che in quel momento era affacciato ci vide in atteggiamenti non proprio consoni al luogo in cui eravamo.
Il giorno dopo era domenica ed io andai in chiesa un po’ prima perché dovevo rivedermi con Carmela, entrai e mi sedetti ad aspettare.
Improvvisamente mi sentii tirare per un’orecchia, mi girai e vidi don Gennaro che stava per tirarmi un ceffone Riuscii a divincolarmi e piuttosto arrabbiato chiesi spiegazioni.
“Tu e Carmela ieri sera in chiesa invece di pregare facevate tutt’altro, disgraziati!”
Io con una freddezza e una faccia tosta che sorprese anche me fui pronto a ribattere: “Ma cosa sta dicendo Padre! Io ieri sera ero a casa e poi di quale Carmela sta parlando?”
Quella che abita qui vicino, lei l’ ho vista proprio bene!”
“Ah,ora ho capito tutto: quella è la fidanzata di mio cugino Tonino, era lui insieme a Carmela! “dimmi un po’ sai com’era vestito ieri tuo cugino?”
“mi sembra che avesse una maglietta rossa”
“Sii! Allora era proprio lui, beh scusami tanto Carmine”
Io senza perdermi in altre chiacchiere, svelto salutai ed uscii dalla chiesa.
Aspettai qualche minuto, finché finalmente, vidi arrivare Carmela e subito dopo arrivò anche mio cugino Tonino.
Per togliermelo dai piedi e raccontare a Carmela quello che era appena successo gli dissi: “Tonino, vai subito da don Gennaro ti sta cercando, ha bisogno di parlarti non so cosa voglia.”
Mio cugino entrò tranquillamente in chiesa.
Ne uscì dopo qualche minuto con l’aria incupita, mi passò davanti senza degnarmi di uno sguardo o una parola.
Lo chiamai: “Ehi! Tonino, è così che si fa, non si usa più salutare i parenti?”
“Parenti? Tu non sei più mio parente! Sei un Giuda, una gran faccia di bronzo”
“Perché fai così? Noi siamo cugini, non dobbiamo litigare!”
“Ma ché cugini e cugini, se oggi il municipio non fosse chiuso perché è domenica ci andrei subito e ti farei cancellare da parente e anche da conoscente! Non ti voglio più vedere!” E dopo avermi apostrofato in malo modo se ne andò via infuriato.
Qualche giorno dopo ci rivedemmo, lui ormai si era calmato e mi raccontò tutto: don Gennaro lo aveva preso a schiaffoni e a calci nel sedere ricordandogli che in chiesa si va per pregare e non per fare i porci e gli aveva detto cosa aveva visto il giorno prima dalla finestra.
Mio cugino cadde dalle nuvole, cercò di spiegare al parroco che non sapeva niente di tutta quella storia, ma don Gennaro non volle sentir ragioni e lui dovette darsela a gambe per evitare di prendersi qualche altro ceffone.
Tonino mi diede una bella sgridata: “Hai visto che bel cugino che sei?! Va beh, per questa volta ti perdono, ma non farmi mai più questi scherzi da prete!”
La fuga d'amore mancata
Un giorno, dopo l’ennesima battuta Carmela arrivò piangendo all’appuntamento.
Dispiaciuto di vederla spesso in quelle condizioni gli dissi come gia avevo fatto altre volte che forse sarebbe stato meglio non vederci più. Non sopportavo l’idea che i suoi la picchiassero solo perché si vedeva con me.
Lei non ne voleva sapere: “Tanto a mia madre gliel’ ho detto, che se anche mi ammazza di botte io non ti lascio”
In quel momento,colpito da tanta determinazione mi sentivo in dovere di proteggerla, così le proposi quella che in quel momento mi sembrava una grande idea, la cosa migliore da fare per risolvere i nostri problemi: fuggire insieme.
Carmela accettò subito la mia proposta. Cominciammo a fare progetti ed ideammo un piano per svignarcela senza che nessuno ci vedesse.
L’idea era di andare a Roma, dove io avevo lavorato poco tempo prima come garzone di un calzolaio. Ai soldi che ci sarebbero serviti per il viaggio e per le prime necessità, avrebbe pensato Carmela. Lei infatti sapeva dove i genitori nascondevano il denaro e per di più la sua famiglia era abbastanza ricca. Decidemmo di partire la mattina seguente con la corriera delle cinque che ci avrebbe portato alla stazione dove avremmo preso il treno per Roma.
Eravamo giovani e non ci soffermammo molto a pensare ai problemi che avremmo avuto una volta giunti in quella grande città con pochi soldi, senza lavoro né una casa in cui vivere, ma l’amore si sa, fa fare pazzie e poi eravamo sicuri che una volta scoperta la fuga i nostri genitori ci avrebbero fatto sposare al più presto per evitare lo scandalo e questo ci rendeva felici.
Ci lasciammo dandoci appuntamento per l’indomani mattina.
Io ero eccitatissimo all’idea di fuggire con la mia amata e stetti sveglio tutta la notte a pensare e ripensare al nostro piano e al futuro che ci attendeva: una nuova vita, una grande città, un lavoro….
L’unica cosa che mi rattristava era di dover dare un dispiacere a mia madre, ma poi pensai che una volta sposati saremmo tornati al paese e tutti saremmo stati felici più di prima.
Pensa e ripensa, crollai in un sonno profondo Mi svegliò mia madre che il sole era già alto.
All’inizio pensai di sognare, ma mi resi subito conto di cosa avevo combinato: mi ero addormentato come un fesso ed avevo mandato a monte tutti i nostri piani, i nostri sogni.
Il mio pensiero andò a Carmela, speravo che anche lei si fosse addormentata, ma in cuor mio sapevo che non era così. Per un po’ di giorni se ci capitava di incontrarci per le vie del paese non ci parlavamo più e se era possibile cercavamo di evitarci, ma col passare dei giorni ricominciammo a salutarci e poi finalmente un giorno ci parlammo.
Io cercai di giustificarmi in qualche modo e Carmela mi raccontò come era andata quella mattina.
Si era svegliata prestissimo e senza far rumore aveva riempito col necessario una piccola valigia, dopo aver preso i soldi dal loro nascondiglio era sgattaiolata fuori senza che i genitori si svegliassero.
Aveva aspettato invano alla fermata e quando la corriera era ripartita non aveva potuto far altro che tornare a casa. I suoi genitori dormivano ancora così lei rimise ogni cosa al suo posto e tornò a letto pensando di averla fatta franca, ma non era così.
Quella mattina alla fermata della corriera c’era un’altra persona che quando tornò in paese e incontrò sua madre le chiese come mai la figlia stesse aspettando la corriera così presto quella mattina e con una valigia in mano.
La madre tornò subito a casa chiese spiegazioni a Carmela che all’inizio cercò di negare, ma poi la verità venne a galla e lei si pigliò un sacco di botte.
Io mi sentivo un verme, ero attanagliato dai sensi di colpa, ma Carmela nonostante tutto mi disse che voleva restare fidanzata ancora con me, così per un po’ la nostra storia continuò.
Il poliziotto caduto
Una mattina il maestro mi mandò in piazza a comprare un quaderno raccomandandomi di fare molta attenzione nell’attraversare la strada.
Giunto in piazza mi fermai perché sentii il rumore di una motocicletta ed infatti di lì a poco passò una bella moto della polizia stradale. Li avevo visti altre volte e sapevo che erano sempre in due, perciò prima di passare aspettai un po’. Visto che non arrivava più nessuno, pensai che il secondo motociclista fosse passato prima del mio arrivo e così attraversai. Proprio in quel momento da dietro la curva spuntò la seconda motocicletta Il poliziotto mi vide all’ultimo istante fece una sorta di testacoda per riuscire ad evitarmi, ma perse l’equilibrio e cadde atterra.
Io mi fermai un attimo per vedere se si fosse fatto del male, ma dopo un attimo lo vidi rialzarsi arrabbiatissimo. Per la paura mi misi a correre. Il poliziotto abbandonò la moto e iniziò ad inseguirmi. Gridò ad un giovanotto che stava passando di acciuffarmi. Costui mi afferrò per un braccio, ma riuscii a divincolarmi, continuai a correre, mi voltai solo un attimo in tempo per vedere il poliziotto dare uno sberlone al giovane perché pensava che mi avesse lasciato scappare di proposito.
Il mio inseguitore non desisteva dall’inseguimento, ma io ormai avevo parecchio vantaggio.
Penso che in quell’occasione avrò sicuramente battuto il record di velocità per i cento metri piani.
Passando tra vicoli e vicoletti, dopo aver fatto un largo giro tornai verso la scuola entrai di filata nel portone e invece di tornare in classe mi andai a nascondere nel bagno delle femmine e mi ci chiusi dentro.
Il poliziotto che mi aveva visto entrare nella scuola entrò anche lui e incominciò a girare di aula in aula, ma senza risultato. Quando entrò nella mia classe il maestro alle domande del poliziotto rispose che non ero della sua classe e non mi conosceva. Il poliziotto passò poi a controllare i bagni e siccome le porte non arrivavano sino a terra fui costretto a salire con i piedi sulla tazza del water per evitare che abbassandosi per spiare sotto la porta potesse vedermi.
Lo sentii camminare avanti e indietro per un po’, alla fine, stanco di cercare se ne andò via rassegnato.
Io per prudenza aspettai ancora qualche minuto prima di uscire dal mio nascondiglio, poi mi feci coraggio e tornai in classe.
Il maestro mi chiese come mai ci avessi messo tanto tempo e mi raccontò che un poliziotto era stato lì a cercarmi. Io tentai di cavarmela raccontandogli qualche bugia, ma lui mi fece avvicinare alla cattedra e mi punì con dieci bacchettate sulle mani.
Notte di paura al cimitero
Una sera un giovanotto del paese volle sfidare gli amici dicendo che al calar della notte avrebbe avuto il coraggio di entrare da solo nel cimitero e lì a testimonianza della sua impresa avrebbe piantato per terra una croce di legno, così gli amici il giorno dopo vedendola avrebbero avuto la prova che la notte prima lui era veramente stato lì.
Quando scese la notte il giovane mise insieme una croce con due pezzi di legno, salutò i suoi amici e si avviò con passo sicuro per il sentiero buio e silenzioso.
Il cimitero si trovava su una collina parecchio fuori paese, la stradina che vi arrivava non era illuminata, proprio come quella notte scura e senza luna,
Il ragazzo si affrettò a percorrere il tratto di strada che lo divideva dalla sua meta. Camminò di buon passo per quasi un quarto d’ora, finalmente arrivò al cancello e lo aprì lentamente. Il silenzio della notte fu interrotto per un attimo dal cigolio metallico delle cerniere del vecchio cancello. Un brivido gli percorse la schiena si fermò un attimo guardandosi attorno sospettoso tirò un lungo respiro e si addentrò tra le fredde e lugubri lapidi del cimitero.
Giunto in un piccolo spiazzo, si fermò e inginocchiatosi piantò con forza la croce di legno nel terreno. Non vedeva l’ora di andarsene, ma la fretta, il buio e la paura gli giocarono un brutto scherzo: non si era accorto che piantando la croce aveva conficcato nel terreno anche un lembo del suo mantello.
Si rialzò e fece per andarsene, ma si sentì trattenere da qualche cosa. Il terrore si impadronì di lui, che cominciò a dibattersi e tirare ed alla fine fuori di sé si tolse di dosso il mantello e scappò via disperato. In un attimo fu fuori dal cancello e senza mai voltarsi indietro corse più veloce che poteva fino a quando raggiunse il gruppo di amici che lo aspettavano alle porte del paese.
Non riuscì a spiegare cosa gli fosse successo, balbettava, piangeva, era fuori di sé dalla paura, diceva frasi senza senso riguardo a spiriti e fantasmi che volevano portarselo via.
Gli amici spaventatissimi, lo portarono subito a casa, dove dopo essersi calmato un po’ raccontò che un fantasma aveva cercato di prenderlo e lui era riuscito per miracolo a salvarsi e che non avrebbe mai più rimesso piede in un cimitero.
Tutti cercarono di tranquillizzarlo, dicendogli che i fantasmi non esistono se non nella fantasia della gente, che sicuramente ci doveva essere una spiegazione logica per l’accaduto, forse il mantello si era impigliato da qualche parte, ma Il ragazzo non voleva sentir ragioni e continuava a parlare di fantasmi e spiriti che volevano la sua anima.
Trascorse la notte, l’indomani mattina i genitori e gli amici riuscirono non senza fatica a convincere il giovane ad andare con loro al cimitero per vedere di persona cosa fosse successo la notte precedente. Appena arrivarono sul posto il ragazzo indicò loro il punto dove erano avvenuti i misteriosi fatti della notte e lì trovarono la croce infilzata nel mantello.
Finalmente tutto fu chiaro, il giovane si rasserenò, ma ricordò per sempre quella terribile notte al cimitero
Lo scherzo dell'acqua e del vino
Una mattina io ed i miei amici passando per la piazza centrale del paese ci fermammo a bere alla “Fontana Nuova”, la grande fontana al centro della piazza.
Era una bella fontana, aveva una colonna centrale con cinque bocchettoni che buttavano acqua in continuazione, giorno e notte e l’acqua ricadeva nella vasca sottostante che circondava la fontana.
Era una mattina molto calda, fu un vero piacere bere quell’acqua che sgorgava freschissima, poi giocammo schizzandoci addosso l’acqua e rincorrendoci.
Girando dietro la fontana vedemmo una bottiglia di vino rosso appoggiata sul fondo della vasca.
Lì a due passi da noi stava lavorando Generoso.
Generoso era un muratore e quella mattina era tutto intento a sistemare un muro, la bottiglia era sua, l’aveva messa in fresco per l’ora di pranzo.
Ci guardammo negli occhi, avevamo avuto uno dei nostri lampi di genio l’occasione era da non perdere per uno dei nostri soliti scherzi. L’uomo era tutto intento nel suo lavoro e ci voltava le spalle. Prendemmo la bottiglia che era chiusa solo con un tappo di sughero e ce la passammo bevendo ognuno una bella sorsata di vino fino a che ne rimase poco più di metà, aggiungemmo dell’’acqua, rimettemmo il tappo e riappoggiammo la bottiglia al suo posto.
Arrivò mezzogiorno, noi eravamo appostati lì vicino. Generoso smise di lavorare e per prima cosa prese la bottiglia e bevve una lunga sorsata di vino fresco. Ad un tratto si fermò di colpo con un’espressione disgustata, guardò la bottiglia con aria sospetta ne bevve ancora un sorso, poi con rabbia richiuse la bottiglia e si avviò di gran carriera verso il negozio di Francesco il vinaio. Noi lo seguimmo mantenendoci alla dovuta distanza; non volevamo perderci la scena.
Appena Generoso entrò nel negozio inveì contro il vinaio: “Che schifo di vino mi hai dato questa mattina! Io ti pago per avere del vino buono, questo è annacquato!” Francesco cadde dalle nuvole. “Come ti permetti! Io non vendo vino annacquato e per di più te l’ ho fatto anche assaggiare questa mattina prima di riempirti la bottiglia!”.
“Cosa vorresti dire?! Che l’acqua l’ho messa io? Non sono diventato matto! Meno male che sono un tuo cliente e un tuo amico!”.
La discussione continuò per un po’ tra insulti e reciproche accuse.
Nel frattempo noi tutti presi ad osservare la lite, non c’eravamo resi conto di esserci avvicinati un po’ troppo e ad un tratto i due litiganti si voltarono attirati dalle nostre risate. Capirono subito chi gli aveva fatto quel brutto scherzo. Infatti, Generoso la mattina ci aveva visto gironzolare attorno alla fontana e non ci mise molto a collegare i fatti e ricostruire l’accaduto. Noi scappammo via inseguiti per fortuna solo dalle minacce e dagli insulti di Generoso.
Francesco dopo aver riportato alla calma l’amico, lo sgridò dicendogli: “Visto a volte com’è facile accusare le persone innocenti?!” Il povero muratore ne rimase dispiaciuto, così alla fine per rinfrancare gli animi e rinsaldare la loro amicizia Francesco gli offrì un’altra bottiglia di vino, ne bevvero insieme un bicchiere e tutto finì ridendoci sopra e con una stretta di mano.
La pistola a salve
Il mio amico Agostino come ogni anno venne a passare le vacanze al mio paese.
Quell’anno gli avevano regalato una pistola giocattolo. Era fatta talmente bene che vista così sembrava un’arma vera.
Andammo in giro per il paese sparando le speciali cartucce finte che quando colpivano il bersaglio si rompevano facendo fuoriuscire un liquido rosso che sembrava sangue.
Presi com’eravamo dal gioco non ci accorgemmo che un uomo di nome Giovanni, che veniva dalla campagna curvo sotto un fascio di legna, stava passando proprio mentre Agostino premeva per l’ennesima volta il grilletto.
Il malcapitato fu colpito al braccio e nel trovarsi davanti il mio amico con in mano una pistola e vedere il suo braccio grondare di rosso si spaventò a tal punto che pensò di essere stato ferito per davvero. In preda al panico buttò la fascina atterra e tenendosi il braccio con la mano corse verso la vicina caserma dei Carabinieri e suonò il campanello gridando per chiedere aiuto.
Il Maresciallo si affacciò alla finestra e visto che l’uomo sembrava ferito si precipitò giù per le scale per prestargli soccorso. Avvicinatosi allo spaventatissimo Giovanni gli bastò un’occhiata per capire la situazione.
L’uomo gridava terrorizzato: “ è stato quel delinquente! Mi ha sparato!” Intanto indicava Agostino che poco più in là lo guardava incredulo, ancora con la pistola in mano.
Il Maresciallo non si scompose più di tanto e con voce almeno apparentemente tranquilla gli disse: “Sapevo che eri fesso, ma non avrei mai creduto che potessi arrivare a tanto! Ma non lo Vedi che non è sangue?! Si tratta solo di vernice rossa, possibile che tu non ti renda conto che non hai nessuna ferita e nessun dolore?” Ma Giovanni insisteva, prese un fazzoletto e si ripulì la presunta ferita fin quando alla fine capì di essersi sbagliato.
Resosi conto della cantonata presa non poté far altro che raccogliere la sua fascina di legna e rosso in viso per la vergogna se ne andò senza dire più una parola
Il bambino egoista
Quel pomeriggio d’estate girovagando solo soletto nei dintorni di casa, avevo trovato abbandonati in un angolo un pezzo d’asse e dei chiodi.
Raccolsi il tutto, tornai a casa, presi un martello e incominciai a piantare i chiodi nel pezzo di asse facendoli fuoriuscire dall’altro lato a mò di spazzola per cavalli. Il mio tranquillo passatempo durò ben poco, infatti una nostra vicina con suo nipote che aveva circa otto anni come me, venne a far visita a mia madre e quando mi vide all’opera disse al nipote: “Vai dal Carmine che ti farà giocare un po’ con lui”. Intanto lei entrò in casa da mia madre. Mario, questo era il suo nome non mi stava affatto simpatico, infatti, era conosciuto da tutti come un ragazzino prepotente e maleducato e anche quella volta non si smentì.
Appena mi si avvicinò cercò subito con la solita arroganza di prendermi il martello perché voleva continuare lui ad inchiodare, ma questa volta aveva fatto male i conti; voleva fare l’arrogante con la persona sbagliata! Io misi subito in chiaro le cose e gli dissi: “Se vuoi stare qui a giocare ricordati una cosa: il martello, i chiodi e l’asse, sono roba mia! Perciò se vuoi ti farò inchiodare soltanto un paio di chiodi, ma quando lo dirò io!” Per tutta risposta Mario incominciò a frignare ad alta voce, così dopo un attimo mia madre e la zia del ragazzino si affacciarono alla finestra per vedere cosa stava succedendo. Ci sgridarono e per evitare altri litigi mia madre mi disse: “Piantate un chiodo per uno così la smetterete di litigare!” Se pur malvolentieri dovetti accettare la situazione. Mario prese subito il martello sostenendo che toccava a lui iniziare. Per qualche minuto tutto filò liscio, ma dopo un po’ Mario s’impossessò del martello deciso a non farmi più piantare neanche un chiodo.
Stavo incominciando a perdere la pazienza. Cercando di controllarmi gli afferrai la mano e con le buone maniere tentai di convincerlo a ridarmi il martello, ma lui di nuovo incominciò a gridare fino a quando mia mamma e sua zia corsero lì la seconda volta per vedere cosa succedeva.
Mario disse subito che io non volevo farlo giocare, anch’io arrabbiatissimo gridai le mie ragioni, ma alla fine mia madre, anche perché conosceva bene che tipo fosse Mario mi ordinò di mettere via tutto, così non ci sarebbero stati più litigi e dello stesso parere fu la zia di Mario, il quale dal canto suo con una tranquillità che mi parve sospetta disse: “Va bene avete ragione, faremo così”.
Le due donne convinte di aver risolto la situazione e di poter finalmente scambiare quattro chiacchere in santa pace rientrarono in casa. Subito quella peste di Mario non perse tempo, si impossessò del martello e dell’asse e non ci fu modo di farmeli ridare; insomma quel fetente mi Stava rovinando la giornata!
Dopo un po’ riuscii a strappargli dalle mani il pezzo di asse pieno di chiodi e gli intimai di ridarmi subito il martello, ma lui per tutta risposta il martello cercò di picchiarmelo in testa.
Per un soffio riuscii a scansare il colpo e oramai furioso d’istinto lo colpii al volto con l’asse piena di chiodi che stringevo in mano. Subito mi resi conto del gesto sconsiderato che avevo compiuto, ma pensai: “quel disgraziato se l’è proprio andata a cercare.” Mario gridava per il dolore e il suo volto si era trasformato in una maschera di sangue.
Subito arrivarono di corsa mia madre e la zia di Mario intuendo dalle grida che era successo qualcosa di grave. In quanto a me preso dallo spavento mollai tutto e me la diedi a gambe.
Quello che successe dopo mi fu poi raccontato dal mio amico Michele che passava lì vicino in quel momento e aveva assistito a tutta la scena.
Le due donne quando videro il volto di Mario così insanguinato pensarono subito al peggio, ma una volta ripulito e disinfettato, si accorsero con sollievo che in quella faccia tutta bucherellata dai chiodi si erano fortunatamente salvati solo gli occhi e i danni non erano così gravi come sembrava.
Passato lo spavento le due donne si misero a litigare fra loro. Mia madre pur dandomi torto diceva che se ero arrivato a tanto era per colpa della prepotenza di Mario, ma che comunque io avrei ricevuto una punizione severissima. La zia del ragazzo minacciò che alla mia punizione ci avrebbe pensato lei appena fosse riuscita ad agguantarmi, mia madre dal canto suo le rispose che se avesse provato a toccarmi solo con un dito le avrebbe strappato tutti i peli di sopra e di sotto, perché l’unica ad avere il diritto di punirmi era lei.
Così le due donne andarono avanti per un bel po’ tra insulti e minacce, fino a quando la zia prese suo nipote e se ne andò sbattendo la porta. Io ero nascosto lì vicino e appena la donna andò via tornai a casa, sentendo anche che mia madre mi chiamava.
Appena dentro mi disse: “Prima di darti la giusta punizione voglio sapere cosa è successo”.
In quel momento arrivò il mio amico Michele che aveva visto tutto. Cominciai a raccontare delle prepotenze di Mario e di come avesse tentato di darmi una martellata in testa, Michele a volte interveniva confermando i fatti e sostenendo che era ora che quel ragazzino pestifero ricevesse una lezione.
Nonostante Michele sostenesse la mia causa un paio di ceffoni me li pigliai e alle mie proteste mia madre mi sgridò dicendomi che se anche lei mi aveva insegnato che bisogna saper difendere i propri diritti non avrei dovuto arrivare a tanto, perché avevo rischiato di accecarlo con quell’asse piena di chiodi e solo un miracolo aveva evitato una vera tragedia.
In ogni modo da quel giorno Mario non mi diede più fastidio ed anche nei confronti degli altri il suo atteggiamento cambiò.
È proprio vero quello si dice: con le buone maniere si ottiene tutto, a mali estremi rimedi estremi
Il bottiglione rotto
Era estate, facevo l’apprendista da un calzolaio. Il mio principale verso mezzogiorno mi mandava tutti i giorni a riempire un bottiglione d’acqua alla fontana in piazza, così da poter avere l’acqua bella fresca per il pranzo.
Ogni volta mi raccomandava di stare molto attento a non rompere il bottiglione.
Un giorno tornando dalla fontana decisi di fermarmi un attimo con degli amici per fare qualche tiro col pallone. Appoggiai con cura il bottiglione in un posto che ritenevo sicuro e cominciai a giocare.
Dopo qualche bel lancio un tiro un po’ più forte colpì il bottiglione.
Per fortuna non andò in mille pezzi, ma il collo si spezzò di netto e cadde a terra.
Disperato lo raccolsi e lo appoggiai al suo posto facendolo combaciare così bene che neanche si capiva che era rotto.
Mi riavviai verso il negozio. Quando mi presentai al principale temevo che come spesso faceva ne volesse bere subito una bella sorsata, invece per mia fortuna era troppo impegnato col lavoro, così mi disse di portarlo a casa da sua moglie, per il pranzo.
Corsi via senza farmelo ripetere due volte. Quando entrai in casa la moglie che era indaffarata in un’altra stanza mi disse di lasciare il bottiglione sul tavolo. Io lo appoggiai delicatamente sulla tavola apparecchiata, controllai che il pezzo rotto combaciasse perfettamente, salutai e via me la squagliai. Quello che successe poi a pranzo mi fu raccontato dopo qualche giorno dalla signora.
Il marito arrivò a casa e si sedette subito a tavola. Aveva una gran sete. Sollevò con forza il bottiglione e ci rimase come un fesso, quando il collo gli restò in mano.
Subito cominciò a sbraitare contro di me, dicendo che il giorno dopo mi avrebbe sistemato per le feste.
Dopo un po’ la moglie che aveva intuito che io ero troppo spaventato per confessare di aver rotto il bottiglione mi salvò dicendo: “Oh basta, quante storie, il bottiglione l’ ho rotto io nel metterlo in tavola e non ti ho detto niente per farti uno scherzo.”
Il marito non disse nulla, ma si capiva dalla sua espressione che non era molto convinto di quella spiegazione.
Il giorno dopo appena misi piede in negozio mi disse: “Dimmi la verità, tu ieri hai fatto rompere il bottiglione, non è vero?” Io pur non sapendo niente di cosa fosse successo a casa sua, con gran faccia tosta risposi: “Io no di certo, ieri l’ ho portato a casa sua, l’ ho appoggiato sul tavolo come mi ha detto sua moglie e poi me ne sono andato e non ne so più nulla.”
Allora con tono seccato mi rispose: “Va bene, ho capito che è inutile cercare di sapere la verità, tra te e mia moglie siete due impostori!” E così borbottando tra sé riprese a lavorare.
La vigilia di natale
Era la notte della vigilia, quasi tutto il paese era riunito in chiesa per partecipare alla messa di mezzanotte.
Io e alcuni amici convincemmo Totonno il figlio del sacrestano a farci salire sul soppalco dove c’era l’organo grande. In cambio a turno avremmo aiutato Totonno a girare la manovella dell’organo che suonava suo padre.
IL soppalco era posto infondo alla chiesa, sopra gli ultimi banchi. Vi si accedeva da una stretta scaletta laterale in legno.
Iniziò la funzione. Noi stavamo appoggiati al parapetto del soppalco, da lì si vedeva tutta la chiesa fino all’altare. Non era da tutti poter assistere alla funzione dal soppalco vicino all’organo: ci sentivamo dei privilegiati.
Per farci notare chi dalla fidanzatina, chi dagli altri amici, cominciammo a lanciargli contro della frutta secca: noci,castagne, mandorle un po’ di tutto insomma. Le munizioni non mancavano perché prima della messa c’eravamo riempiti le tasche d’ogni ben di Dio.
Naturalmente la maggior parte dei lanci non colpiva il bersaglio, ma le persone vicine che brontolavano lanciandoci occhiatacce. Il parroco non si era ancora accorto di nulla, anche perché a quei tempi il prete celebrava la messa con le spalle rivolte ai fedeli, ma non passò molto che insospettito dal brusio sempre più accentuato che proveniva dalla massa dei fedeli cominciò a girarsi sempre più spesso per cercare di capire cosa stesse disturbando il regolare svolgimento della funzione.
Noi continuavamo imperterriti i nostri lanci e la gente sotto di noi cominciava a perdere la pazienza e a lanciarci occhiatacce sempre più minacciose, ma a noi bastava il sorriso di una ragazzina per spronarci a continuare sprezzanti di qualunque occhiata o gesto minaccioso.
Infine si arrivò al culmine: un mio amico per colpire la fidanzatina seduta nei primi banchi vicino all’altare, dopo vari ed inutili lanci tentò il tutto per tutto.
Tirò un mandarino, ma ci mise un po’ troppa forza così il frutto volò oltre i banchi. Il parroco aveva alzato il calice e stava benedicendo. Incredibilmente il mandarino andò a finire proprio dentro al calice che per poco non gli sfuggì dalle mani.
Il sacerdote a questo punto non potendone più dalla rabbia appoggiò il calice sull’altare, smise di dire la messa e con tono infuriato ci urlò: “Via tutti da là sopra brutti mascalzoni andatevene subito fuori!” Non ce lo facemmo ripetere due volte ed in fila uno dietro l’altro scendemmo per la scaletta ed uscimmo incalzati dai rimproveri delle persone a cui passavamo vicino.
Rimase su solo Totonno perché suo padre lo fece restare per girare la manovella dell’organo.
Questa fu una cosa che non digerimmo. passi per il parroco, ma essere sgridati ed umiliati da qualche vecchio barbagianni del paese era troppo per il nostro orgoglio ferito, così non ancora soddisfatti di ciò che avevamo combinato ne pensammo un’altra.
Ci procurammo dei mozziconi di candela e prima che la messa finisse li facemmo sciogliere sui gradini fuori dalla chiesa, formando uno strato liscio e scivoloso.
Terminata l’opera andammo ad aspettare nella piazzetta di fronte.
Dopo poco le porte della chiesa si aprirono e i fedeli cominciarono ad uscire. Le prime ad uscire furono proprio le persone a ridosso della porta, le stesse che ci avevano rimproverato.
Appena misero piede sugli scalini due donne volarono a gambe all’aria mostrando le gambe e le mutande a tutta la piazza di fronte.
Altre due che si affrettarono per aiutarle fecero la stessa fine coprendosi di ridicolo e vergogna davanti a tutti.
Ormai la gente aveva capito che qualche cosa non andava, anche perchè ci vedevano ridere a crepapelle nella piazzetta di fronte.
Per evitare il linciaggio scappammo via soddisfatti, anche per il fuori programma delle mutande che per quei tempi non era roba da poco!